Pillay, il Nobel che fa infuriare Israele: la strategia dell’attacco personale
La polemica del governo Netanyahu contro Navi Pillay riapre il tema della delegittimazione di chi denuncia violazioni e crimini ai danni dei palestinesi.
La reazione del governo israeliano al Nobel per la Pace assegnato a Navi Pillay ha spostato il confronto lontano dalle prove e dalle norme internazionali. Invece di concentrarsi sulle conclusioni della commissione guidata dalla giurista sudafricana, l’esecutivo di Benjamin Netanyahu ha trasformato la premiata in un bersaglio politico, arrivando a evocare Joseph Goebbels.
La vicenda assume un significato particolare a Stoccolma, dove la memoria di Alfred Nobel e quella di Folke Bernadotte si incontrano nel cimitero di Norra Begravningsplatsen, a Solna. Due figure legate, in modi diversi, all’idea della pace ricordano quanto possa essere profonda la distanza tra i valori proclamati e il comportamento di chi li invoca.
La polemica contro Navi Pillay
Nel 2025 la commissione presieduta da Pillay ha sostenuto che Israele abbia commesso genocidio nella Striscia di Gaza. Il governo israeliano ha respinto con durezza quelle conclusioni e ha descritto il riconoscimento come un uso politico del Nobel, finalizzato a rafforzare ostilità e pregiudizi contro il Paese.
Il ministero degli Esteri ha accusato Pillay di demonizzare Israele e di alimentare le contestazioni sul genocidio. In una delle dichiarazioni più aspre ha affermato: «Ora che la commissione del Nobel ha premiato la più grande menzogna del XXI secolo, Joseph Goebbels sta certamente applaudendo dall’inferno».
Il richiamo al ministro della propaganda nazista introduce un’accusa morale assoluta, ma non risponde agli elementi giuridici sollevati dalla commissione. Una contestazione sul possibile genocidio dovrebbe essere valutata attraverso documenti, testimonianze e diritto internazionale, non sulla base dell’immagine negativa attribuita a chi la formula.
Bernadotte, una pace pagata con la vita
Folke Bernadotte non era un militante armato: apparteneva alla famiglia reale svedese ed era vicepresidente della Croce Rossa del suo Paese. Durante la Seconda guerra mondiale contribuì all’operazione dei Bus Bianchi, che negli ultimi mesi del conflitto permise di portare fuori dai campi nazisti migliaia di prigionieri, compresi numerosi ebrei.
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Nel 1948 le Nazioni Unite gli affidarono il compito di mediare tra israeliani e arabi palestinesi, dopo la decisione dell’anno precedente sulla partizione dei territori mandatari in uno Stato israeliano e in uno Stato palestinese. Bernadotte cercò di ottenere una tregua, avanzò proposte politiche e si occupò anche dei palestinesi costretti a lasciare le proprie case o fuggiti durante il conflitto.
La sua posizione entrò in collisione con interessi nazionalisti contrari a qualsiasi compromesso. Il 17 settembre 1948, a Gerusalemme, uomini armati fermarono la sua automobile: Bernadotte e il colonnello francese André Sérot, che viaggiava con lui, furono assassinati. L’attentato venne attribuito al Lehi, noto anche come Banda Stern; le ricostruzioni storiche hanno collegato la vicenda ai vertici del gruppo, tra i quali figurava Yitzhak Shamir, poi primo ministro israeliano. Per quell’omicidio non ci furono condanne.
La memoria mette alla prova il presente
Il parallelo tra il 1948 e il conflitto politico di oggi non può cancellare le differenze tra un’organizzazione clandestina e un governo contemporaneo. Tuttavia, secondo questa chiave di lettura, in entrambi i casi emerge il rischio di trasformare chi cerca un accordo o denuncia possibili crimini in un nemico da eliminare sul piano pubblico.
Le tombe di Nobel e Bernadotte, vicine nello stesso cimitero, offrono così un contesto simbolico alla controversia. La prima richiama l’idea di una pace sostenuta da atti concreti; la seconda ricorda che mediare, difendere i civili e cercare una soluzione negoziata può attirare l’ostilità di chi preferisce la forza.
Questo non significa sovrapporre epoche, responsabilità o comunità. Gli ebrei non coincidono con il governo Netanyahu. Ma quando l’esecutivo israeliano presenta una giurista come nemica della verità e la associa idealmente alla propaganda nazista, il dibattito rischia di essere sostituito da una delegittimazione personale: non si discutono più le accuse, bensì la persona che le ha pronunciate.
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