Philadelphia ha già il suo fuoriclasse: Maxey oscura anche LeBron
Dopo appena due gare, Tyrese Maxey guida i Sixers con numeri e giocate da superstar, mentre George e Cunningham lanciano segnali importanti a Boston e Detroit.
Tyrese Maxey ha impiegato soltanto due partite per prendersi il centro della scena a Philadelphia. I 28 punti segnati contro New York all’esordio e i 32 realizzati nella rimonta su Cleveland lo hanno reso il miglior realizzatore dei Sixers in entrambe le occasioni, davanti a una squadra che sembra già pronta a riconoscere il suo ruolo di riferimento.
LeBron James, intanto, ha ricordato perché il suo rendimento appartenga a una categoria diversa: nelle prime due uscite ha viaggiato oltre i 15 punti, vicino ai 10 rimbalzi e a quota 6 assist di media. Numeri che, osservati accanto alle statistiche di fine carriera di campioni come Karl Malone, Vince Carter e Patrick Ewing, raccontano la longevità fuori dal comune del fuoriclasse. A colpire, però, non sono soltanto le cifre: anche condizione atletica e intensità restano da giocatore fuori scala.
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Maxey è già il volto dei Sixers
Il talento di Maxey non si limita alla velocità. La guardia aggredisce il primo passo, supera l’avversario dal palleggio e riesce a concludere anche quando il traffico sotto canestro sembra impedirlo. Il suo fisico esplosivo, il controllo della palla e la rapidità con cui attraversa il campo lo avvicinano, per caratteristiche, ad Allen Iverson.
Il paragone non finisce qui. Maxey abbina a quella accelerazione una completezza offensiva che ricorda Mitch Richmond nel momento migliore della carriera. Per l’esplosività può evocare Robert Pack, ma il suo repertorio è più ampio: non è soltanto un realizzatore elettrico, è una superstar già formata. Anche Joel Embiid è apparso in condizioni rassicuranti, pur potendo offrire qualcosa in più a rimbalzo, mentre Jaylen Brown ha iniziato senza sfigurare in un sistema che deve ancora trovare automatismi e gerarchie definitive.
George dà ossigeno a Boston
La sconfitta dei Celtics contro Detroit ha accompagnato una prestazione individuale di grande livello da parte di Paul George. Alla prima con la maglia biancoverde, l’ex giocatore dei Pacers ha firmato 38 punti, il miglior debutto di sempre nella storia della franchigia, segnalandosi soprattutto dalla lunga distanza: 7 centri su 12 tentativi da tre.
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A 36 anni George non può essere considerato una replica del dominatore visto a Indiana, anche per i problemi fisici che ne hanno condizionato diverse stagioni. Se riuscirà a restare integro, tuttavia, potrà inserirsi bene nell’attacco di Joe Mazzulla, alleggerendo il carico di Jayson Tatum e Derrick White e offrendo a Boston un’ulteriore soluzione nei momenti decisivi. Non dovrà cancellare ciò che Brown garantiva, ma almeno ridurre il rimpianto per la sua partenza.
Cunningham guida la rinascita di Detroit
Nel successo sui Celtics, Cade Cunningham ha diretto l’attacco dei Pistons con 22 punti e 8 assist. Il suo modo di puntare il canestro dal palleggio ricorda Grant Hill, anche se con meno elevazione e una visione di gioco più sviluppata rispetto all’ex stella di Detroit.
La serata al tiro non è stata brillante: 8 su 18 dal campo e 1 su 6 da tre. Nonostante questo, Cunningham ha mantenuto il controllo della partita, ha coinvolto i compagni e ha letto con precisione spazi e tempi dell’azione. Jalen Duren ha beneficiato in modo particolare della sua capacità di creare gioco.
Il suo valore non dipende quindi soltanto dai punti segnati. È un giocatore completo, altruista e tecnicamente raffinato, capace di agire da principale portatore di palla ma anche di rendersi utile lontano dall’azione. Il tiro esterno resta il limite più evidente: nemmeno nella sua miglior stagione ha superato il 35% da tre. Un miglioramento in quel fondamentale potrebbe portarlo a un livello da candidato al premio di miglior giocatore della stagione, soprattutto se Detroit continuerà a vincere.
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