Pfas, la polvere rivela una nuova minaccia: picchi oltre 1.000 μg/kg
Analisi indipendenti a Legnago e Nuvolera segnalano la presenza di sostanze perfluoroalchiliche nelle polveri e riaccendono la richiesta di controlli pubblici
Le tracce di Pfas non riguarderebbero soltanto l’acqua e gli alimenti. Campioni di polvere raccolti su balconi e cortili hanno evidenziato concentrazioni significative a Legnago, in provincia di Verona, e Nuvolera, nel Bresciano: nel secondo caso i valori hanno raggiunto 1.069,6 microgrammi per chilo di sostanza secca. I risultati, ottenuti attraverso analisi indipendenti e non ancora validati dagli enti pubblici, hanno spinto la Rete Zero Pfas Italia a chiedere verifiche ufficiali.
Nelle polveri emergono valori elevati
A Legnago le concentrazioni rilevate oscillano tra 11 e 54,1 microgrammi per chilo. Tra le sostanze individuate c’è il Pfba, composto con quattro atomi di carbonio che può essere associato anche ad attività di cantiere, insieme ad altri Pfas caratterizzati da catene più lunghe, comprese tra sei e dieci atomi di carbonio.
I campioni raccolti a Nuvolera hanno restituito dati ancora più alti, con punte di 148,8 e 1.069,6 microgrammi per chilo. La rete sottolinea che questi numeri non costituiscono, da soli, una prova utilizzabile in sede giudiziaria, ma rappresentano un segnale che dovrebbe essere approfondito con campionamenti condotti dalle autorità competenti.
Legnago osservata speciale
L’attenzione sul comune veronese nasce dalla presenza dell’impianto Chemviron, dove vengono trattati carboni attivi impregnati di Pfas dopo il loro utilizzo. Secondo gli attivisti, il trattamento dei materiali contaminati potrebbe trasformare gli impianti deputati alla depurazione in un possibile veicolo di dispersione delle sostanze nell’ambiente, anche attraverso l’aria.
La Rete Zero Pfas Italia riferisce di avere chiesto ad Arpa Verona di cercare queste molecole nei fumi emessi dai camini dell’azienda. A loro avviso, tuttavia, le verifiche non sarebbero state svolte in modo adeguato; mancherebbero inoltre centraline nella zona, richieste da anni, e ci sarebbero state rassicurazioni prive di alcuni dati del Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri.
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La richiesta di controlli certificati
Le analisi della rete hanno riguardato diverse matrici: acqua del rubinetto, acque superficiali, alimenti, bevande e polveri prelevate in spazi privati e scolastici. L’obiettivo dichiarato è ottenere un quadro della contaminazione ambientale attraverso laboratori accreditati e favorire un confronto con le Regioni e le Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente.
“Di fronte a segnali così preoccupanti servono più trasparenza e una reale presa in carico del problema”, sostiene la Rete Zero Pfas Italia, dichiarandosi disponibile a partecipare ad analisi svolte in contraddittorio con la pubblica amministrazione. Il movimento precisa che la finalità è conoscere la quantità di sostanze tossiche presenti nell’ambiente, non costruire prove da utilizzare in un procedimento giudiziario.
Perché il tema riguarda la salute
La letteratura scientifica ha collegato l’esposizione ai Pfas a diverse patologie, tra cui tumori alla tiroide, al fegato, ai reni e ai testicoli, alterazioni del sistema immunitario e malattie congenite. Gli attivisti ricordano inoltre che il Pfoa è classificato come cancerogeno certo dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro e che la sua struttura presenta analogie con altre cinque molecole.
L’Autorità europea per la sicurezza alimentare indica per la somma di PFOS, PFOA, PFNA e PFHxS una soglia settimanale di 4,4 nanogrammi per chilo di peso corporeo. In termini pratici, il limite indicato sarebbe di 264 nanogrammi a settimana per una persona di 60 chili e di 88 nanogrammi per un bambino di 20 chili. Per la presenza di Pfas nell’aria, invece, non esistono ancora limiti europei specifici: l’assenza di una soglia normativa, avverte la rete, non equivale all’assenza di rischi.
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