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Attualità 2 min di lettura58 min fa

37 milioni sequestrati: la rete di manodopera e denaro fino a San Marino

L’operazione della Guardia di finanza di Ravenna ha portato a 40 perquisizioni in nove province e coinvolge 22 persone, tra cui due professionisti.

Un sistema costruito su imprese di facciata, lavoratori impiegati senza le necessarie garanzie e movimentazioni finanziarie per milioni di euro è stato individuato dalla Guardia di finanza di Ravenna. L’inchiesta, denominata “Mani d’oro”, ha portato al sequestro preventivo di denaro e beni mobili e immobili per un valore complessivo di circa 37 milioni di euro.

L’operazione ha interessato nove province, da Bergamo a Lecce, passando per Padova, Ravenna, Rimini, Cesena, Caserta, Napoli e Taranto. Sono state eseguite più di 40 perquisizioni e risultano indagate 22 persone, compresi due professionisti.


Denaro trasferito e fatture false

Secondo la ricostruzione investigativa, i proventi ottenuti attraverso la fornitura irregolare di personale non venivano utilizzati soltanto per pagare gli operai. Una parte sarebbe stata inserita in un articolato circuito finanziario clandestino, che avrebbe coinvolto circa 1.200 soggetti economici e consentito di spostare oltre 80 milioni di euro all’estero nell’arco di due anni.

Il passaggio centrale del meccanismo sarebbe avvenuto tra Napoli e Bergamo. Qui 155 società prive di una reale operatività avrebbero prodotto documenti fiscali relativi a operazioni inesistenti, per un ammontare vicino ai 130 milioni di euro. Le somme passavano poi attraverso diversi conti correnti e, in parte, tornavano in contanti ai destinatari, con una trattenuta compresa tra il 14% e il 22%.


Il ruolo delle società fittizie

Le imprese coinvolte risultavano formalmente attive nella costruzione di strutture meccaniche. Per gli investigatori, tuttavia, la loro funzione effettiva era soprattutto quella di raccogliere e gestire personale da mettere a disposizione di aziende operative, che disponevano dei macchinari, dell’organizzazione e delle commesse necessarie.

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Nel complesso sarebbero stati coinvolti circa mille lavoratori, tra saldatori, carpentieri e addetti alle lavorazioni di officina. Molti erano cittadini stranieri e venivano assunti oppure allontanati in base alla quantità di lavoro richiesta dalle imprese utilizzatrici.


Risparmi per le imprese reali

Il ricorso a questo modello avrebbe permesso alle aziende effettivamente impegnate nei lavori di ridurre il carico fiscale e di ottenere manodopera senza rivolgersi a intermediari autorizzati. In questo modo, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbero stati aggirati anche diversi obblighi legati ai rapporti di lavoro.

Tra gli oneri elusi figurerebbero le garanzie salariali e previdenziali, oltre alla possibilità di stabilizzare i dipendenti con contratti a tempo indeterminato. Le società cartiere, inoltre, avrebbero evitato il versamento delle imposte ricorrendo a crediti fiscali inesistenti, per un valore stimato in circa 11 milioni di euro.

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