Peste, perché basta una parola per riaccendere paure antiche
Da Manzoni a Bruegel, fino ai vampiri del cinema, la malattia ha prodotto un repertorio visivo fatto di morte, contagio e angoscia collettiva.
Un caso di possibile peste polmonare in Siberia ha riacceso un timore che sembrava appartenere soltanto ai libri di storia e alle immagini dell’arte. Daria Shipilova, tecnica di laboratorio, è morta dopo aver rotto una provetta contenente l’agente patogeno; le autorità russe hanno isolato l’ospedale e le persone entrate in contatto con lei, ma sulla vicenda restano ancora interrogativi da chiarire.
La notizia ha riportato alla mente un repertorio ormai sedimentato: il carro dei monatti nei Promessi Sposi, le città invase dai topi di Nosferatu, gli scheletri del Trionfo della Morte e il volto allungato dei medici della peste. Sono immagini diverse, nate in epoche e linguaggi lontani, ma unite dalla capacità di trasformare una malattia in un racconto riconoscibile di paura, isolamento e morte.
La parola che evoca il contagio
Oggi la peste non presenta più la stessa letalità delle grandi epidemie del passato. Il virologo Lorenzo Pregliasco ha sottolineato che la medicina conosce il batterio responsabile, le modalità di trasmissione e dispone di antibiotici efficaci quando la diagnosi arriva rapidamente: «La differenza fondamentale rispetto ai secoli delle grandi pandemie è che conosciamo il batterio responsabile, sappiamo come si trasmette e, soprattutto, disponiamo di antibiotici efficaci se la diagnosi viene posta rapidamente».
Eppure il termine continua ad avere un peso emotivo particolare. La parola “quarantena” richiama ancora l’esperienza della pandemia di Covid-19, iniziata nel 2019 con la diffusione del SARS-CoV-2 dall’Asia verso gran parte del mondo. “Peste”, invece, porta con sé un immaginario più antico e preciso: topi, bubboni, macchie scure, sporcizia, odori nauseanti e corpi ammassati.
Manzoni ha dato un volto alla tragedia
Una delle rappresentazioni più incisive si trova nei Promessi Sposi. Alessandro Manzoni racconta l’epidemia milanese attraverso il caos sociale, la violenza dell’isteria e una città trasformata dalla sporcizia e dal tanfo. I monatti vengono descritti come uomini incaricati delle mansioni più rischiose: raccogliere i morti, trasportare gli ammalati al lazzaretto, occuparsi degli oggetti contaminati e procedere alle sepolture.
Il lazzaretto diventa così il centro di una scena collettiva dominata dalla sofferenza. Manzoni lo immagina gremito di migliaia di malati, carri, baracche, portici e cadaveri, in uno spazio dove il dolore dei familiari convive con il sospetto verso i presunti untori. La peste non colpisce soltanto i corpi: spezza i legami, alimenta accuse e altera il comportamento della comunità.
Tra le pagine più dolorose c’è l’episodio di Cecilia. La madre consegna la figlia morta ai monatti, chiedendo che il corpo non venga spogliato e che resti avvolto nel panno bianco. Prima di separarsene, la saluta con parole che trasformano la scena da semplice passaggio funebre a simbolo dell’amore familiare davanti alla catastrofe: «Addio, Cecilia! Riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme».
Bruegel e l’uguaglianza davanti alla morte
Nella pittura, il riferimento centrale è il Trionfo della Morte di Pieter Bruegel il Vecchio, realizzato intorno al 1562. La tela costruisce un paesaggio senza scampo, nel quale la morte occupa ogni spazio e coinvolge persone appartenenti a classi sociali differenti.
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Re, musicisti, soldati, mercanti, contadini, giocatori e innamorati sono raffigurati mentre affrontano la stessa minaccia. Gli scheletri avanzano senza distinguere tra una corona e uno straccio, mentre una grande catasta di cadaveri domina il centro della composizione. Il cielo scuro, il terreno spoglio, i patiboli e i fumi rendono ancora più radicale la sensazione di desolazione.
In Bruegel la peste agisce su due livelli. Prima distrugge il corpo, attraverso la sofferenza e la morte; poi cancella la speranza, perché nessuno sembra poter sfuggire all’esercito scheletrico. La tragedia diventa quindi universale e livellatrice, priva di eccezioni legate alla ricchezza o al potere.
Nosferatu trasforma il contagio in incubo
Il cinema ha dato alla peste una forma in movimento attraverso Nosferatu, il film diretto da Friedrich Wilhelm Murnau nel 1922. Il conte Orlok arriva in città a bordo di navi infestate dai topi e porta con sé la malattia, diventando una figura di morte che attraversa le strade e svuota la vita urbana.
L’opera è uno dei riferimenti dell’espressionismo tedesco per l’uso delle ombre e delle deformazioni visive. Il vampiro è stato inoltre letto come una metafora dell’ascesa di Adolf Hitler nella Germania degli anni Venti: un tiranno mostruoso che raggiunge una città e vi diffonde distruzione.
Nel film realizzato da Werner Herzog nel 1977, l’immagine del contagio diventa ancora più esplicita. Le strade sono quasi deserte, i topi sembrano avere sostituito gli abitanti, le bare occupano gli spazi urbani e il silenzio accompagna una comunità ormai rassegnata. Nella piazza, i superstiti cantano e ballano mentre la morte domina ogni cosa: una sorta di danza macabra che richiama, per intensità, la città descritta da Manzoni.
Un repertorio presente in ogni arte
L’elenco delle opere legate alla peste non si esaurisce con questi esempi. Nel cinema, Il settimo sigillo di Ingmar Bergman è ambientato in una Svezia devastata dalla peste nera; nella letteratura, il Decameron di Giovanni Boccaccio prende avvio proprio dalla fuga di un gruppo di giovani da una Firenze colpita dall’epidemia.
A volte la malattia è il centro della storia, altre volte funziona come sfondo o come minaccia permanente. In entrambi i casi, il suo passaggio nell’arte ha fissato una serie di immagini ricorrenti: il corpo ferito, la città vuota, l’odore del contagio, il sospetto tra vicini e la morte capace di cancellare ogni gerarchia. Per questo, ancora oggi, una sola parola è sufficiente a riattivare un immaginario costruito nei secoli.
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