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Pd, la prova che mette Schlein davanti a un bivio

Il caso della legge sull’antisemitismo riapre lo scontro interno al Partito democratico e porta al centro il rapporto con Conte e Fratoianni.

Elly Schlein si trova davanti a una scelta che riguarda la linea politica, ma anche la tenuta morale del Partito democratico: aprire un confronto reale oppure compiere un passo indietro, per il bene del partito e per coerenza personale. L’alternativa, evocata anche da Antonio Polito come necessità di un «colpo d’ala», potrebbe diventare più difficile da rinviare.

La questione non si limita alla possibilità di una candidatura concorrente alle primarie. Il caso del disegno di legge sull’antisemitismo ha trasformato una divergenza parlamentare in un test sull’identità del Pd e sulla direzione che la segretaria intende imprimere al cosiddetto campo largo.


La chiusura della segretaria alimenta i dubbi

Schlein, secondo le critiche emerse nel dibattito interno, sembra non raccogliere le numerose richieste di chiarimento che le vengono rivolte. La fermezza con cui sta gestendo la fase non appare però quella di una dirigente certa di avere il pieno controllo della situazione.

Al contrario, viene descritta come una rigidità dettata dal timore che una concessione limitata possa aprire una frattura molto più ampia. La sensazione espressa dagli oppositori interni è che la segretaria stia reagendo più alla paura di perdere equilibrio che alla convinzione di poter guidare il confronto.

Anche la richiesta della minoranza di presentare un proprio candidato alle primarie è stata respinta attraverso una risposta affidata a Igor Taruffi. Eppure, il richiamo allo statuto del Pd sostiene una lettura diversa: l’articolo 5, comma 3, prevede che l’Assemblea nazionale stabilisca le modalità per ammettere eventuali candidature aggiuntive quando il partito partecipa a una coalizione e il candidato premier viene scelto con le primarie.


Un voto che pesa sull’identità del Pd

Nel confronto promosso a Prato dai riformisti, Emanuele Fiano ha concentrato l’attenzione su un punto essenziale: tra il voto dei senatori e quello successivo della Camera, sul piano concreto, non sarebbe intervenuto alcun cambiamento. Il Senato aveva approvato il provvedimento con l’astensione dei suoi rappresentanti dem, mentre alla Camera i deputati del Pd hanno scelto di votare contro.

La differenza, nella lettura critica proposta dall’autore del ragionamento, sarebbe quindi politica e non legata al contenuto della legge. Nel frattempo, il clima interno al campo largo si è spostato verso le posizioni più favorevoli alle istanze pro-Pal sostenute da Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra. In questo quadro, Schlein avrebbe preferito avvicinarsi alle posizioni di Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni invece di contrastarle con argomenti razionali e autonomi.

La vicenda parlamentare diventa così il segnale di un orientamento più generale. Il timore è che il Pd finisca in una posizione subordinata rispetto al Movimento 5 Stelle e che, in nome della ricerca di un’intesa, vengano messi in discussione principi considerati non negoziabili.


Cosa dice davvero la definizione Ihra

Fiano ha inoltre richiamato un elemento già discusso nella riunione dei deputati democratici, dove era intervenuto anche Piero Fassino. La definizione dell’Ihra contestata da una parte della sinistra, secondo questa ricostruzione, non impedisce di criticare il governo israeliano né di denunciare le sue responsabilità.

Il testo del disegno di legge precisa infatti che la critica a Israele non coincide automaticamente con l’antisemitismo. La formulazione, quindi, non trasformerebbe in reato la condanna delle politiche dell’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu.

Non risultano, inoltre, procedimenti avviati in Europa sulla base di quella definizione. Un elemento che rende ancora più controversa, per i sostenitori della legge, l’argomentazione secondo cui l’Ihra limiterebbe la libertà di espressione. La stessa Schlein aveva approvato quel riferimento durante il periodo trascorso al Parlamento europeo, quando militava in Possibile dopo l’uscita dal Pd.

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Il peso morale della scelta

Victor Magiar, esponente di Sinistra per Israele, ha individuato il punto politico della vicenda osservando: «Mai il principale partito della sinistra italiana ha votato contro una legge che difende una minoranza». Il passaggio viene considerato particolarmente significativo perché attribuisce al voto parlamentare un valore che supera la normale dialettica tra correnti.

Per Fiano, figlio di Nedo Fiano, deportato ad Auschwitz, la questione assumerebbe una dimensione ancora più radicale. L’eventuale abbandono del Pd non sarebbe soltanto la conseguenza di una divergenza strategica, ma potrebbe diventare una decisione legata alla coscienza e al rapporto con la storia familiare.

Le precedenti uscite dal partito di Pina Picierno, Elisabetta Gualmini e Marianna Madia erano state ricondotte soprattutto a motivazioni politiche. Un addio di Fiano avrebbe invece un significato diverso, perché metterebbe in primo piano il limite morale che, secondo questa lettura, la politica non dovrebbe oltrepassare.


Segre chiede una convergenza

A sottolineare la delicatezza del momento è intervenuta Liliana Segre. La senatrice a vita ha espresso «incredulità» per le divisioni sul disegno di legge e ha chiesto che su un tema simile un Paese civile riesca a ritrovare un punto comune, anche oltre le appartenenze parlamentari.

Il suo appello contempla anche la possibilità di una nuova mediazione in Aula. Il messaggio appare rivolto soprattutto a Schlein, chiamata a valutare se mantenere il muro attuale oppure favorire una soluzione condivisa.

La discussione coinvolge quindi il rapporto tra compromesso e principi. La ricerca di un accordo può essere parte della politica, ma per i critici della segretaria non dovrebbe tradursi nella rinuncia a valori fondamentali, tanto più quando è in gioco una legge dedicata alla lotta contro l’antisemitismo.


Primarie e futuro della leadership

Sul terreno delle primarie, il precedente del 2012 viene utilizzato per sostenere la tesi opposta a quella della chiusura. Pier Luigi Bersani consentì allora a Matteo Renzi di competere, contribuendo ad ampliare la partecipazione di elettori vicini all’area democratica.

La differenza, secondo l’analisi proposta, sta nella sicurezza con cui Bersani affrontò quella sfida. Una leadership forte avrebbe potuto considerare la concorrenza un’occasione di mobilitazione; oggi, invece, il rifiuto di una seconda candidatura viene interpretato come il segnale di una crescente apprensione.

Da qui il bivio indicato alla segretaria: promuovere un confronto autentico sulla linea del partito oppure assumere una decisione netta prima che la crisi interna diventi più profonda. Nel caso della legge sull’antisemitismo, il voto della Camera ha reso visibile una frattura che riguarda insieme alleanze, strategia e principi.

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