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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Pd, Kiev divide ancora il centrosinistra: la sfida che aspetta Schlein

La segretaria conferma il sostegno all’Ucraina e chiede una svolta diplomatica europea, mentre nel Pd crescono i richiami degli esponenti riformisti e i dubbi sull’alleanza.

Il sostegno militare all’Ucraina continua a essere il principale punto di frizione nel progetto del centrosinistra. Elly Schlein, intervenuta all’assemblea nazionale del Partito democratico a Roma, ha difeso l’aiuto a Kiev ma ha chiesto all’Unione Europea un ruolo più incisivo nei negoziati. Nel partito, però, la componente riformista teme che una posizione troppo sfumata possa creare problemi nella futura coalizione.

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Le armi restano il confine del Pd

Lorenzo Guerini ha ribadito che per il Partito democratico l’invio di armi non può essere messo in discussione: “Per noi l’invio di armi all’Ucraina resta una linea rossa, ma lo è per tutto il Partito democratico”. Secondo l’ex ministro della Difesa, la futura maggioranza dovrebbe mantenere gli impegni militari verso Kiev anche nel caso di un cambio di governo.

Sulla stessa linea si è espressa Lia Quartapelle, che ha riconosciuto a Schlein una posizione finora coerente, invitandola però ad affrontare il tema direttamente con gli alleati. Giorgio Gori ha invece giudicato insufficiente l’intervento della segretaria, mentre Walter Verini ha richiamato il dovere di schierarsi con il Paese aggredito, soprattutto nel confronto con le altre forze della coalizione.


Schlein rilancia la via diplomatica

La segretaria non ha rinnegato il sostegno all’Ucraina, ma ha sostenuto che l’Europa debba assumere la guida dell’iniziativa diplomatica. Nel suo intervento ha citato l’articolo 11 della Costituzione e ha posto una domanda politica: “Perché l’Ue non ha trovato un negoziatore unico?”. L’obiettivo indicato è costruire, accanto a Kiev, le condizioni per una pace giusta.

Questa impostazione non convince interamente l’area riformista. Gori ha definito troppo prudente il passaggio dedicato all’Ucraina, sostenendo che l’europeismo imponga di stare dalla parte di chi è stato attaccato. Andrea Orlando e Arturo Scotto hanno invece difeso la necessità di riportare il negoziato al centro, ritenendo che una maggiore iniziativa europea potrebbe evitare l’immobilismo e parlare anche ai Paesi che osservano il conflitto da fuori.

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Il compromesso con M5s e AVS

La ricerca di una posizione comune sarà complicata dalla contrarietà di Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi Sinistra all’attuale livello di sostegno militare. Giuseppe Provenzano ha spiegato che il Pd appoggia Kiev in nome del diritto internazionale e non per semplice adesione alle richieste della Nato, lamentando al tempo stesso l’assenza di un protagonismo diplomatico italiano.

Laura Boldrini ha sottolineato che sulla necessità di intensificare gli sforzi diplomatici esiste un’ampia convergenza. Simona Malpezzi ha però avvertito che il problema non può essere attribuito alla volontà di negoziare di Volodymyr Zelensky: a suo giudizio, è Vladimir Putin a pretendere la resa dell’Ucraina.


La candidatura e il nodo Renzi

L’assemblea romana ha dato anche il via libera alla prospettiva di Schlein come candidata alla premiership della coalizione progressista, sia nel caso di primarie sia senza consultazione. Se si andasse ai gazebo, sarebbe l’unica candidata, dopo l’astensione della minoranza riformista sulla decisione. La segretaria ha sostenuto che prima venga definito il programma comune e solo in seguito si affronti il tema della leadership.

Schlein ha inoltre aperto a un ampliamento dell’alleanza, ricordando che il centrosinistra già governa insieme in diverse Regioni. Restano tuttavia le perplessità sulla presenza di Matteo Renzi. Gori ha risposto con ironia ai timori legati alla sua affidabilità, mentre Graziano Delrio ha proposto un accordo vincolante per chi aderirà al progetto, sul modello del patto che sostenne il secondo governo Conte. Un paragone contestato proprio per il precedente di Renzi, che contribuì alla caduta di quell’esecutivo, così come Giuseppe Conte fu protagonista della crisi che portò alla fine del governo Draghi.

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