Orélien e il romanzo sospetto: il vero scandalo è la scrittura
Il caso dello scrittore haitiano escluso dal Goncourt riapre il confronto sull’intelligenza artificiale, sullo stile e sul peso delle storie esemplari.
Per mesi Thélyson Orélien era sembrato il protagonista ideale di una storia editoriale edificante: un ragazzo haitiano, cresciuto in una famiglia numerosa, capace di scrivere alla luce di un lampione e arrivato al successo dopo essere fuggito dal terremoto del 2010. Poi il suo romanzo, già venduto in 22 Paesi, è finito al centro di un’accusa molto più scomoda: potrebbe essere stato realizzato, almeno in parte, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.
Il libro si intitola “C’était ça ou mourir” e racconta la fuga di Jonas da Port-au-Prince, dopo che le bande incendiano il suo quartiere. Orélien sostiene di averlo scritto tra il 2017 e il 2019; l’editore sottolinea quindi che Claude, il sistema chiamato in causa, a quel tempo non esisteva ancora. La certezza, al momento, non c’è. Ma il caso ha già prodotto conseguenze concrete.
Il successo nato dalla tragedia
Prima della polemica tecnologica, il romanzo era stato accolto come una storia di riscatto quasi perfetta. Orélien, figlio di una rammendatrice e di un ragioniere con aspirazioni da teologo, aveva ricevuto dal padre la passione per Omero e Dumas. Con quattro fratelli, aveva imparato a coltivare la scrittura in condizioni tutt’altro che favorevoli.
Nel 2010 il terremoto lo aveva sorpreso mentre cercava di collegarsi alla rete senza pagare, appoggiandosi al collegamento di un altro edificio. Il protagonista del libro porta invece con sé, durante la fuga, una busta di plastica con una fotografia della madre, un quaderno di poesie e un paio di mutande pulite. Anche la riflessione sull’indipendenza di Haiti, primo Paese nero a conquistare la libertà, contribuisce a costruire il tono solenne dell’opera.
È il tipo di materiale che rischia di trasformare un libro in una lezione morale prima ancora che in un oggetto letterario. L’interesse per la storia personale dell’autore può diventare un argomento promozionale potentissimo, soprattutto quando il tema riguarda migrazione, povertà e razzismo. Ma la commozione non garantisce la qualità della pagina.
L’accusa esplode sui social
La vicenda è cambiata otto giorni fa, quando il testo è comparso su un account chiamato Balance Ton Claude, dedicato alla denuncia dell’uso dell’intelligenza artificiale nelle opere creative. Secondo l’autore della segnalazione, alcuni passaggi del romanzo mostrerebbero tracce di scrittura artificiale. I programmi incaricati di riconoscere questi interventi, però, possono produrre falsi positivi: distinguere con sicurezza una prosa mediocre da una generata da una macchina non è sempre possibile.
A rendere tutto più paradossale è l’identità attribuita al gestore dell’account: un giornalista del Figaro, che avrebbe preferito pubblicare la scoperta su Twitter invece di firmare un articolo, convinto che sui social sarebbe stato preso più sul serio. Intanto Orélien era in Francia per presentare il libro, che aveva già raggiunto 54mila copie vendute.
Il Goncourt, di cui lo scrittore era finalista, lo ha escluso dalla selezione di venerdì. L’autore, intervistato da una radio francese, ha replicato: «Sapevo che il messaggio di questo libro non sarebbe piaciuto a tutti». Nelle sue parole, tuttavia, non sembra comparire l’ipotesi che le critiche possano riguardare soprattutto la forma e non il contenuto politico del romanzo.
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Il tema non sostituisce lo stile
Il presidente del Goncourt ha detto di temere che la controversia possa danneggiare il nome di un autore nero impegnato a raccontare le migrazioni. In Italia la discussione si è rapidamente spostata sul terreno identitario: alcuni hanno evocato il rischio di spingere Orélien verso il suicidio, come sarebbe già accaduto con Jason Arday, mentre altri hanno accusato i critici di razzismo.
Mohamed Mbougar Sarr ha invitato a non confondere il dubbio con l’odio xenofobo. Interrogarsi sull’eventuale uso totale o parziale dell’intelligenza artificiale, ha scritto, non rende automaticamente razzista chi solleva la questione. È una distinzione elementare, ma nel dibattito pubblico sembra spesso impossibile tenere insieme le due cose.
Altri hanno sostenuto che l’intelligenza artificiale sia soltanto uno strumento, paragonandola al computer o al lavoro di un autore fantasma. Il confronto, però, non risolve il problema: delegare una parte della scrittura significa modificare il rapporto tra chi firma un libro e il testo che il lettore si trova davanti. Non è la stessa cosa usare un supporto tecnico per comporre una pagina e affidare a un sistema la sua elaborazione linguistica.
La questione si è complicata anche per la traduzione degli articoli francesi. C’è chi ha consigliato ai lettori di affidarsi ai sistemi automatici per capire le notizie sul caso, nonostante gli errori grossolani che possono alterare il senso di una frase. Se persino una notizia su un premio postumo assegnato a Rob Reiner è stata trasformata in una notizia su un riconoscimento «postumano», è difficile presentare la macchina come un arbitro affidabile della lingua.
Scrivere come una punizione
Forse la parte più antica della storia riguarda proprio il rapporto con la scrittura. Quarant’anni fa, durante una passeggiata autunnale nei boschi di Cortina, una bambina fu accusata di aver pronunciato troppe parolacce e venne punita con un tema sull’uscita. Dalle correzioni imparò che la «brezza» appartiene al mare, non alle Tofane.
Anni dopo, la preside le disse che si trattava soltanto di uno scherzo e che il tema non era davvero necessario. Ma il messaggio era già passato: scrivere viene percepito da decenni come una forma di espiazione. Non sorprende, allora, che molti desiderino liberarsene delegando il lavoro a una macchina, né che altri difendano quella scelta pensando che presto potrebbe riguardare tutti.
Il caso Orélien, però, non si esaurisce nella domanda su chi abbia digitato le frasi. Resta il dubbio più difficile: se nessuno riesce più a distinguere una pagina ben costruita da una prosa sciatta, forse il problema non è soltanto l’intelligenza artificiale. È anche il modo in cui abbiamo smesso di considerare lo stile una parte decisiva della letteratura.
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