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Attualità 4 min di lettura43 min fa

Onu, la sfida di Lana Nusseibeh può cambiare la successione a Guterres

La ministra emiratina di origine palestinese entra nella corsa per il Palazzo di Vetro: sarebbe la prima donna alla guida dell’organizzazione

La possibilità che dal 2027 una donna assuma per la prima volta la guida dell’Onu appare sempre più concreta. La candidatura di Lana Nusseibeh, ministra degli Emirati Arabi Uniti ed ex ambasciatrice presso le Nazioni Unite, riapre infatti una partita che sembrava indirizzata verso Rebeca Grynspan, economista e diplomatica del Costa Rica.

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Grynspan avanti, ma senza certezze

Le consultazioni svolte nelle ultime settimane al Consiglio di sicurezza avevano assegnato a Grynspan un vantaggio relativo. Nell’ultima votazione informale, tenuta la scorsa settimana, ha ricevuto 9 valutazioni favorevoli, 5 contrarie e un’astensione.

Il quadro resta tuttavia tutt’altro che definito. Due dei cinque membri permanenti — Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito — avrebbero espresso un giudizio negativo su Grynspan; due avrebbero votato contro Carolyn Rodrigues-Birkett, ambasciatrice della Guyana, e tre contro Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Senza l’appoggio di almeno alcuni Paesi dotati di veto, la nomina appare di fatto impraticabile.


L’ingresso che sposta gli equilibri

A due mesi dalla conclusione del mandato di Antonio Guterres, Nusseibeh ha deciso di formalizzare la propria corsa alla Segreteria generale. L’annuncio è arrivato attraverso un video diffuso in rete, dopo una fase preparatoria durata mesi e caratterizzata dalla presenza di altri sette aspiranti.

La diplomatica ha spiegato di voler proporre una guida più operativa, capace di intervenire sui conflitti e di favorire il dialogo oltre le divisioni. Nel suo messaggio ha anche indicato come priorità un’accelerazione degli sforzi per la pace e un rinnovamento dell’Onu, portando al centro dell’istituzione l’esperienza del Medio Oriente.


Un profilo tra Emirati e Palestina

Nusseibeh ha 48 anni ed è nata negli Emirati Arabi Uniti in una famiglia palestinese. Il nonno Anwar fu politico e ministro nei governi giordani dopo il controllo di Gerusalemme Est e della Cisgiordania nel 1948, oltre che ambasciatore nel Regno Unito. Il padre Zaki, filosofo, divenne invece consulente degli sceicchi di Abu Dhabi dopo il trasferimento negli Emirati.

La futura ministra ha studiato nel Regno Unito: ha frequentato il Queen’s College e l’Università di Cambridge, per poi conseguire un master alla Soas di Londra dedicato a Israele e alla diaspora ebraica. Prima di entrare nella diplomazia emiratina ha lavorato per l’Unesco, il Gulf Research Center e l’Agenzia internazionale per l’energia rinnovabile.


Dieci anni al Palazzo di Vetro

A 31 anni Nusseibeh è stata scelta per dirigere il dipartimento di pianificazione politica del ministero degli Esteri. Nel 2013 è diventata ambasciatrice degli Emirati all’Onu, prima donna a ricoprire quel ruolo nella storia del Paese, mantenendolo fino al 2024. Nel 2017 ha inoltre presieduto l’organizzazione UN Women.

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Oggi ricopre l’incarico di ministra di Stato presso il ministero degli Esteri, una funzione paragonabile in Italia a quella di sottosegretaria. Durante il suo lungo periodo a New York, osservatori e diplomatici l’hanno descritta come una dirigente preparata e concreta.


Il ruolo nella crisi di Gaza

Sotto la sua guida gli Emirati hanno ottenuto un seggio non permanente nel Consiglio di sicurezza. Da quella posizione Nusseibeh ha contribuito, dopo il 7 ottobre, alla costruzione del consenso necessario per una risoluzione che nel dicembre 2023 permise l’ingresso nella Striscia di aiuti umanitari urgenti.

La diplomatica ha raccontato di aver accompagnato personalmente diversi ambasciatori nei pressi di Rafah, così da mostrare loro la gravità della situazione. Ha definito quel metodo una forma di «diplomazia creativa e imprenditoriale». La sua attenzione alla popolazione palestinese si è affiancata alla capacità di mantenere canali di dialogo con Washington e con Israele, Paese con cui gli Emirati hanno normalizzato i rapporti nel 2020 attraverso gli Accordi di Abramo.


Il possibile sostegno di Trump

Tra i primi sostenitori pubblici della candidatura figura Nickolay Mladenov, diplomatico bulgaro scelto un anno fa dall’amministrazione statunitense per guidare il Board di Pace creato da Donald Trump con l’obiettivo di consolidare il cessate il fuoco a Gaza. Mladenov ha elogiato il lavoro svolto da Nusseibeh al Consiglio di sicurezza, sostenendo che abbia saputo costruire con continuità relazioni difficili da ottenere.

A favore della ministra si sono espressi anche esponenti di gruppi di studio vicini ai governi degli Stati Uniti e di Israele. Non esiste però, al momento, un appoggio ufficiale di Trump. Nei mesi scorsi il presidente statunitense aveva manifestato dubbi sui nomi in campo e aveva persino evocato l’ipotesi, definita una «pazza idea», di candidare Gianni Infantino, presidente della Fifa.

La scadenza del mandato di Guterres è fissata al 31 dicembre. La candidatura emiratina non cancella il vantaggio iniziale di Grynspan, ma introduce un profilo con esperienza diplomatica, legami regionali e possibili interlocuzioni con gli Stati Uniti e Israele: elementi che potrebbero modificare gli equilibri della selezione.

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