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Attualità 4 min di lettura56 min fa

Occidente, la sfida non è finita: ecco cosa può ancora salvarlo

Il libro di Paolo Messa contesta l’idea di un tramonto inevitabile delle democrazie e indica nella capacità di correggersi e attrarre talenti la loro principale risorsa.

Il peso dell’Occidente nell’economia mondiale si è ridotto, ma questo dato non basta a decretarne la scomparsa. Per capire se Stati Uniti ed Europa siano davvero in declino occorre guardare anche a università, ricerca, capitali, innovazione e capacità di attirare persone: un terreno sul quale le società aperte conservano ancora una forza rilevante.


Il declino non è ancora un destino

È questa la tesi centrale di Paolo Messa nel libro *L’Occidente è vivo. W l’Occidente*, pubblicato da Rubbettino. L’autore non nega le crisi che attraversano le democrazie, ma rifiuta di trasformare ogni difficoltà nella prova di un esaurimento storico ormai irreversibile.

L’idea della fine dell’Occidente, del resto, ricompare ciclicamente. Oswald Spengler parlava del tramonto all’inizio del Novecento; poi sono arrivati lo shock petrolifero, la stagflazione, la concorrenza giapponese, la crisi finanziaria del 2008 e, oggi, Cina, debito, invecchiamento, guerre e disordine internazionale. Ogni volta il sistema è stato descritto come prossimo al collasso, salvo poi presentarsi ancora alla crisi successiva.

Secondo Messa, il problema nasce anche dal modo in cui vengono letti i numeri. La quota occidentale del Pil globale è diminuita, ma era inevitabile dopo l’ingresso di miliardi di persone nell’economia mondiale e la crescita di Cina, India e altri grandi Stati. Confondere una perdita di peso relativo con un arretramento assoluto significa usare categorie troppo semplici per interpretare il XXI secolo.


La forza delle società aperte

Un indicatore più ampio comprende brevetti, università, imprese internazionali, ricerca scientifica e capacità tecnologica. Conta anche dove scelgono di formarsi gli studenti, verso quali Paesi si spostano ricercatori e imprenditori e quali sistemi continuano a produrre linguaggi, musica, intrattenimento, stili e modelli di consumo.

Silicon Valley, Berlino, Milano, Netflix, il dollaro, il design italiano, la ricerca biomedica statunitense e gli atenei britannici fanno parte di un ambiente fondato sulla circolazione di persone, idee e risorse. I flussi migratori e quelli dei talenti, nel loro complesso, continuano a privilegiare le società aperte rispetto ai grandi regimi autoritari. La libertà, in questa prospettiva, non è soltanto un valore morale: è anche un meccanismo capace di generare innovazione.

La stessa esposizione delle democrazie viene spesso scambiata per una loro debolezza. Proteste, inchieste, conflitti parlamentari e statistiche negative sono visibili perché il sistema consente di mostrarli. I regimi autoritari possono invece occultare i problemi e offrire all’esterno l’immagine di una macchina ordinata.

«L’Occidente non è in crisi perché discute i propri problemi: discute i propri problemi perché è vivo», osserva Messa. In una democrazia un errore può provocare opposizione, nuove informazioni, elezioni o cambiamenti di governo; in un sistema chiuso, lo stesso errore può essere protetto dall’apparato che lo ha prodotto. Anche Timothy Snyder ha sintetizzato un’idea simile sostenendo che la libertà richiede di riconoscere i propri sbagli.


La propaganda sfrutta il pessimismo

La percezione di un Occidente esausto non nasce soltanto all’esterno. Il pessimismo interno diventa però una risorsa per Mosca e Pechino, che non devono dimostrare la perfezione dell’autoritarismo: è sufficiente alimentare l’idea che le democrazie siano ipocrite, inconcludenti, caotiche e incapaci di rispettare le proprie promesse.

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Le contraddizioni vengono così isolate dal contesto e trasformate in prove generali di fallimento. Un’inchiesta sulla corruzione diventa la dimostrazione che tutto è corrotto; una protesta viene presentata come caos permanente; un’elezione contestata viene letta come collasso delle istituzioni. La strategia non punta necessariamente a far vincere il modello autoritario, ma a ridurre il vantaggio di credibilità delle società democratiche.

Non esiste, tuttavia, un blocco autocratico davvero compatto. I Brics, l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai e gli altri tavoli internazionali riuniscono Paesi legati soprattutto da interessi convergenti, tecniche di conservazione del potere, propaganda e sistemi finanziari poco trasparenti. Manca una dottrina comune paragonabile a una nuova Internazionale delle autocrazie.

Per questo la risposta non può consistere nel mettere a tacere le critiche. Censurare l’autocritica finirebbe per confermare proprio l’accusa rivolta alle democrazie. La distinzione necessaria è tra denuncia e manipolazione, tra valutazione realistica dei problemi e rassegnazione assoluta.


La partita si gioca oltre l’Occidente

Molti Stati non intendono schierarsi stabilmente con Washington o con un ipotetico fronte alternativo. India, Brasile, Indonesia, Arabia Saudita e Turchia rappresentano, insieme ad altri Paesi, uno spazio decisivo e autonomo. L’Occidente ha sbagliato a pensare che commercio, modernizzazione e crescita portassero automaticamente anche alla convergenza politica.

La competizione futura richiederà invece infrastrutture, investimenti, tecnologia, sicurezza e accordi costruiti su rapporti tra interlocutori di pari dignità. In questa direzione si collocano l’Imec, le intese nel Golfo e il Piano Mattei, citati come possibili strumenti per creare reti di collaborazione senza imporre ai partner un’adesione ideologica preventiva.

La prova più importante, dunque, non sarà convincere Londra, Parigi o Washington della vitalità occidentale. Sarà dimostrare a Giacarta, Riad, Nuova Delhi, Brasilia e Pretoria che mantenere legami profondi con economie e società aperte resta vantaggioso.

Il libro non promette una vittoria automatica della democrazia e non ripropone l’idea di una storia destinata a concludersi con il trionfo di un solo modello. Le istituzioni democratiche devono ancora competere sul terreno delle tecnologie, delle infrastrutture, delle idee e della qualità delle opportunità offerte. Essere vivi non significa essere immortali: significa avere ancora qualcosa da difendere e la possibilità di costruire qualcosa di nuovo.

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