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Attualità 5 min di lettura11 ore fa

Occidente, il declino è davvero inevitabile? La tesi che ribalta tutto

Paolo Messa contesta la narrazione del tramonto occidentale e indica nella democrazia, nell’innovazione e nelle alleanze globali gli strumenti per restare competitivi.

La vitalità dell’Occidente si misurerà soprattutto fuori dai suoi confini: a Jakarta, Riyad, Delhi, Brasilia e Pretoria. Il punto decisivo sarà capire se questi Paesi continueranno a considerare vantaggiosi i rapporti con economie aperte, università avanzate e società capaci di innovare.

Non basta, dunque, convincere Londra, Parigi o Washington che il modello democratico conserva forza. La sfida riguarda quei governi che non vogliono schierarsi stabilmente né con l’Occidente né con un presunto fronte alternativo. Per Paolo Messa, autore di “L’Occidente è vivo. W l’Occidente”, la democrazia non ha alcuna vittoria garantita: deve ancora competere nel campo delle istituzioni, delle tecnologie, delle infrastrutture e delle idee.


Il declino occidentale torna ciclicamente

L’idea del tramonto dell’Occidente accompagna da oltre un secolo il dibattito pubblico. Oswald Spengler ne fece una teoria all’inizio del Novecento; poi arrivarono lo shock petrolifero e la stagflazione degli anni Settanta, la concorrenza del Giappone negli Ottanta e, dopo il 2008, la crisi finanziaria. Oggi l’elenco comprende Cina, debito, invecchiamento demografico, polarizzazione politica, guerre e instabilità internazionale.

Ogni epoca ha prodotto l’impressione che il paziente fosse ormai senza speranza. Eppure, dopo ogni diagnosi definitiva, l’Occidente si è ripresentato alla prova successiva, magari indebolito ma ancora operativo. Messa non nega le difficoltà: contesta però il passaggio automatico dalla crisi alla decadenza e dalla vulnerabilità alla fine di un’intera civiltà.

Il declinismo, nella sua lettura, è diventato anche un modo abituale di interpretare la realtà. Le difficoltà non vengono più considerate problemi da affrontare, ma segnali di un esaurimento storico già scritto.


La democrazia mostra anche le sue crepe

Le società aperte possono apparire più fragili dei regimi autoritari perché rendono visibili i propri conflitti. Proteste, inchieste, dati negativi, scandali, opposizioni e processi ai governanti finiscono sotto gli occhi di tutti. Le autocrazie, al contrario, tendono a nascondere le fratture e a presentare soltanto l’immagine dell’ordine.

«L’Occidente non è in crisi perché discute i propri problemi: discute i propri problemi perché è vivo», osserva Messa. Il rumore che accompagna il confronto democratico, quindi, non indica necessariamente il cedimento del sistema: può rappresentare il suo tentativo di correggersi senza interrompere il proprio funzionamento.

Un governo autoritario può apparire molto efficace quando deve realizzare rapidamente opere, indirizzare investimenti o imporre una strategia industriale. La difficoltà emerge quando la decisione si rivela sbagliata: in una democrazia l’errore può essere contestato dalla stampa, dall’opposizione, dagli elettori e dalle istituzioni; in un sistema chiuso, invece, la stessa struttura che ha prodotto la scelta può proteggerla a lungo.


Il Pil non racconta tutta la forza

La quota occidentale dell’economia mondiale si è ridotta, ma il dato è anche la conseguenza dell’ingresso di miliardi di persone nei mercati globali e della crescita di Cina, India e altri grandi Stati. Scambiare la perdita di peso relativo per un arretramento assoluto, sostiene Messa, significa usare categorie del passato per leggere un secolo nuovo.

Per valutare l’influenza di un’area bisogna osservare anche la distribuzione delle università, dei brevetti, della ricerca, dei capitali e delle imprese internazionali. Conta inoltre dove scelgono di formarsi gli studenti, verso quali Paesi si spostano scienziati e imprenditori e quali società continuano a produrre linguaggi culturali, musica, serie televisive, mode e modelli di consumo.

Silicon Valley, Berlino, Milano, Netflix, il dollaro, il design italiano, la ricerca biomedica statunitense e gli atenei britannici fanno parte di un sistema nel quale persone, idee e capitali possono circolare. In questo quadro, la libertà non è soltanto un valore politico: diventa anche uno strumento concreto per attrarre talenti e generare innovazione.

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Timothy Snyder, nel libro “Sulla libertà” pubblicato nel 2024, riassume un principio analogo con una formula che Messa richiama: «La libertà implica riconoscere di avere torto». Il vantaggio delle democrazie, quindi, non consiste nell’essere immuni dagli sbagli, ma nel disporre di meccanismi per individuarli, discuterli e correggerli.


Il pessimismo diventa un’arma

La forza occidentale, tuttavia, convive con una percezione molto più negativa. Secondo Messa, la narrazione del declino non nasce soltanto a Mosca o a Pechino, anche se può essere sfruttata con grande efficacia da Russia e Cina.

Un rapporto del National Endowment for Democracy del 2024, citato nel libro, ha analizzato le narrazioni autoritarie. Joseph Siegle ha evidenziato che i regimi non devono persuadere il pubblico del fascino dell’autocrazia: è sufficiente alimentare l’idea che la democrazia sia ipocrita, inconcludente, caotica e incapace di mantenere le proprie promesse.

La strategia non richiede di vincere una gara di reputazione. Basta ridurre il vantaggio dell’avversario. Così un’inchiesta sulla corruzione viene trasformata nella prova che ogni istituzione è corrotta; una manifestazione diventa il simbolo del caos; un’elezione contestata viene descritta come il preludio al collasso e il confronto sull’immigrazione come una guerra civile ormai imminente.

Messa avverte però che la risposta non può essere la censura delle critiche. Eliminare il dissenso confermerebbe proprio l’accusa rivolta alle democrazie. Occorre distinguere tra autocritica e autoflagellazione, tra informazione e manipolazione, tra pessimismo fondato e fatalismo.


Nuove alleanze senza blocchi rigidi

La crescita di Brics, Organizzazione per la cooperazione di Shanghai e altri tavoli internazionali non dimostra l’esistenza di un fronte autoritario unito da una dottrina comune. Questi raggruppamenti condividono piuttosto interessi, metodi di conservazione del potere, strumenti finanziari poco trasparenti, propaganda e il vantaggio reciproco derivante dall’indebolimento delle società democratiche.

Anche l’aspettativa secondo cui commercio, modernizzazione e sviluppo avrebbero prodotto automaticamente convergenza politica si è rivelata infondata. India, Brasile, Indonesia, Arabia Saudita e Turchia, insieme a molti altri Paesi, non intendono necessariamente scegliere un campo in modo permanente.

Per questo l’Occidente dovrebbe puntare su infrastrutture, investimenti, sicurezza, tecnologia e accordi tra partner, senza subordinare ogni relazione a una preventiva adesione ideologica. In questa prospettiva rientrano l’Imec, le intese nel Golfo e il Piano Mattei, citati come possibili strumenti per costruire reti di cooperazione più flessibili.

La conclusione di Messa non è una promessa di immortalità. Essere ancora vivi significa avere risorse, ma anche sapere che nulla è garantito. Il modello democratico dovrà dimostrare la propria convenienza sul terreno globale: non gli basta sopravvivere, deve continuare a inventare soluzioni capaci di attrarre chi guarda al futuro.

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