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Attualità 5 min di lettura30 min fa

Brexit, il ritorno in Europa avrebbe un prezzo: cosa perderebbe Londra

Rientrare nell’Unione europea non significherebbe ripristinare automaticamente le vecchie concessioni britanniche, mentre ogni alternativa intermedia lascia aperti problemi economici e politici.

Il ritorno nel mercato unico sarebbe probabilmente la scelta più difficile da sostenere per un governo britannico: la libera circolazione è stata per anni uno dei bersagli principali della Brexit, mentre l’abbandono del mercato europeo è stato presentato come una conseguenza inevitabile del referendum del 2016 e dell’accordo del 2020. Londra potrebbe cercare una soluzione intermedia, ma dovrebbe spiegare come conciliarla con un decennio di promesse politiche costruite sull’autonomia nazionale.


Il mercato unico resta il nodo politico

Tra le possibilità sul tavolo, mantenere l’attuale assetto è quella che lascia irrisolti più problemi pratici. La City non dispone più del cosiddetto passaporto finanziario, che consentiva agli operatori autorizzati nel Regno Unito di offrire servizi in tutta l’Unione. Non si è verificato il collasso paventato nel 2016, ma una parte delle attività si è trasferita sul continente e non è rientrata.

Anche gli scambi commerciali sono diventati più complessi. L’accordo di cooperazione ha preservato l’assenza di dazi e contingenti in molti casi, senza però cancellare i controlli alla frontiera. Le aziende devono certificare l’origine delle merci, presentare documenti doganali e sottoporsi, quando necessario, a verifiche sanitarie e regolamentari: un aggravio particolarmente pesante per le piccole imprese e per i prodotti deperibili.

Un’unione doganale ridurrebbe una parte di questi ostacoli. Per esempio, un’automobile assemblata nel Regno Unito entra nell’Unione senza tariffe soltanto se una quota adeguata del suo valore proviene dal Regno Unito o dall’Europa. Se la presenza di componenti prodotti in Paesi terzi supera determinate soglie, il veicolo può essere sottoposto al dazio europeo del 10 per cento. Motori, batterie e altri elementi devono quindi essere tracciati lungo l’intera filiera.

In cambio, Londra rinuncerebbe a una porzione della libertà commerciale rivendicata dai sostenitori della Brexit. Non potrebbe fissare autonomamente i dazi sui beni provenienti da Paesi terzi né mantenere accordi incompatibili con la politica commerciale europea. Anche le intese concluse dal Regno Unito dopo l’uscita dovrebbero essere riesaminate.


Il rientro sarebbe una nuova adesione

Tornare nell’Unione non sarebbe un semplice ripristino della situazione precedente. Il Regno Unito dovrebbe presentare una candidatura secondo l’articolo 49 del Trattato sull’Unione europea, dopo avere lasciato il blocco attraverso l’articolo 50. La richiesta passerebbe dal Consiglio, riceverebbe il parere della Commissione e avrebbe bisogno dell’approvazione del Parlamento europeo.

Seguirebbero l’analisi della compatibilità tra la legislazione britannica e l’acquis comunitario, oltre alla trattativa sui settori modificati nel frattempo. L’iter si concluderebbe soltanto con l’accordo unanime dei 27 Stati membri e con un nuovo trattato di adesione, da ratificare secondo le regole costituzionali dei Paesi interessati. Il veto di un solo governo sarebbe sufficiente a bloccare il procedimento.

Il Regno Unito partirebbe comunque da una posizione particolare: per 47 anni ha applicato le norme europee e una parte significativa del suo ordinamento ne conserva ancora l’impronta. Dal 2021, però, Londra ha iniziato a costruire regole autonome. Il Procurement Act ha sostituito il precedente sistema degli appalti legato alle direttive europee, mentre il Subsidy Control Act del 2022 ha introdotto una disciplina nazionale per gli aiuti pubblici.

Anche il Retained EU Law Act ha cambiato gli equilibri: in caso di contrasto, la norma britannica prevale oggi sul diritto europeo conservato dopo Brexit. Un eventuale rientro renderebbe necessario modificare o cancellare le disposizioni che si sono allontanate dal quadro dell’Unione.

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Le vecchie deroghe non tornerebbero

Il punto più delicato riguarderebbe le condizioni speciali ottenute da Londra prima dell’uscita. Il Regno Unito aveva mantenuto la sterlina, era rimasto fuori da Schengen e conservava i controlli alle frontiere. Aveva inoltre ottenuto margini specifici nella cooperazione giudiziaria e negli affari interni: il Protocollo 21 gli permetteva di scegliere caso per caso se aderire alle nuove misure europee.

Nel 2014 il governo di David Cameron si era ritirato da oltre cento strumenti europei dedicati alla cooperazione di polizia e giudiziaria, chiedendo poi di rientrare soltanto in 35. Tra questi figuravano il mandato d’arresto europeo, Europol ed Eurojust. Londra aveva invece escluso ogni partecipazione alla futura Procura europea.

A queste concessioni si aggiungeva il meccanismo finanziario conquistato da Margaret Thatcher. Nel 1979 il Regno Unito versava al bilancio comunitario più di quanto recuperasse e Downing Street ottenne una riduzione del contributo, calcolata in misura approssimativa sui due terzi dello squilibrio tra versamenti basati sull’Iva e spesa europea ricevuta. Il costo veniva ripartito tra gli altri Stati membri.

Quell’assetto è terminato con Brexit. Un nuovo governo britannico potrebbe domandare eccezioni, ma non avrebbe la garanzia di riottenere quelle di un tempo: dal 2020 il bilancio europeo è stato ridefinito senza Londra e i meccanismi di compensazione sono stati distribuiti diversamente.


A Londra cambia il tono del dibattito

Nel frattempo, anche il linguaggio politico britannico ha registrato una svolta. Alla conferenza laburista del 29 settembre Andy Burnham ha detto ai militanti che «la Brexit ha fatto più male che bene». La frase segna una rottura con la prudenza tradizionale di chi ammette un errore senza riconoscerlo fino in fondo.

Il premier britannico ha indicato quattro possibili direzioni: conservare l’attuale rapporto, negoziare un’unione doganale, cercare il ritorno nel mercato unico oppure «andare fino in fondo», cioè puntare al rientro nell’Unione europea. Emmanuel Macron ha espresso disponibilità verso questa prospettiva e Pedro Sanchez ha detto che la Spagna accoglierebbe Londra favorevolmente.

Resta però anche il capitolo commerciale aperto dopo Brexit. Il Regno Unito ha aderito al Partenariato transpacifico globale e progressivo, noto con l’acronimo CPTPP, insieme ad Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam. Se diventasse nuovamente membro dell’Unione, dovrebbe rivedere quel rapporto, perché la politica commerciale esterna appartiene alla competenza esclusiva europea.

Per Londra, dunque, il problema non sarebbe soltanto scegliere una formula più stretta nei rapporti con Bruxelles. Un’adesione imporrebbe di riallineare le leggi, rinegoziare intese recenti e affrontare la perdita delle deroghe costruite in decenni. Il ritorno sarebbe possibile, ma non coinciderebbe con il recupero automatico del passato.

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