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Attualità 4 min di lettura58 min fa

A 55 anni non basta più invecchiare: la trappola di Youth

La serie di Sharon Horgan mette in scena menopausa, figli adulti, sesso e lavoro per raccontare la pressione che accompagna le donne anche quando dovrebbero finalmente sentirsi libere.

La vera domanda posta da “Youth” non riguarda soltanto la menopausa, ma il momento in cui una donna dovrebbe poter smettere di dimostrare qualcosa. La serie di Sharon Horgan, da lei scritta e interpretata per Hbo, racconta con ironia una generazione ancora costretta a essere desiderabile, efficiente e presentabile mentre il corpo cambia e i figli continuano a comportarsi come se avessero bisogno di una governante personale.

Guardandola viene da pensare a tutte quelle donne che hanno trascorso anni a evitare la parola menopausa e poi, all’improvviso, non sono più riuscite a parlare d’altro. È una fase storica contraddittoria: mai le donne hanno avuto tante possibilità, ma raramente è sembrato così difficile ottenere il permesso di invecchiare senza dover chiedere scusa.


L’età che non concede tregua

La protagonista di “Youth” è una agente letteraria alle prese con un lavoro che perde colpi, un marito ormai assente e un figlio adulto insopportabile. Il personaggio è costruito per apparire credibile anche quando la situazione diventa assurda: non è una figura invincibile, ma una donna che continua a occuparsi di tutti mentre la propria vita le scivola addosso.

Il figlio rappresenta forse il dettaglio più feroce della serie. È sgradevole, immaturo e incapace di cavarsela, proprio come gli adolescenti di un tempo, prima che cosmetici, fotografie ritoccate e modelli estetici li trasformassero quasi tutti in potenziali volti pubblicitari. La madre lo cerca per la città grazie alla geolocalizzazione, interrompe un incontro sessuale per occuparsi di lui e gli recupera persino il tostapane che il ragazzo si è portato in camera per non dover raggiungere la cucina.

Anni fa scene simili sarebbero sembrate inverosimili. Oggi, dopo aver visto crescere figli a cui è stato concesso quasi tutto, appaiono invece terribilmente familiari. La serie colpisce proprio perché mostra madri incapaci di imporsi, non per mancanza d’amore ma per un eccesso di disponibilità diventato ormai abitudine.


Il desiderio come obbligo sociale

In “Youth” il sesso è frequente, a tratti persino troppo, ma serve a mettere a fuoco una pressione precisa. Se la vita si allunga, anche il periodo in cui una donna dovrebbe risultare seducente sembra dilatarsi senza fine. La protagonista ricomincia a sanguinare dopo un anno senza mestruazioni, cerca risposte su un forum e, nel frattempo, si ritrova coinvolta in situazioni erotiche che sembrano quasi un dovere da assolvere.

A un certo punto osserva: «Mi restano solo dieci anni da persona con una sessualità». La battuta fa ridere perché contiene una paura riconoscibile: il timore che, anche a sessant’anni e oltre, tocchi ancora vestirsi in modo scomodo, portare scarpe impossibili e rassicurare gli uomini sul proprio interesse. Helen Mirren e Jane Fonda, per quanto diverse, diventano così il simbolo di una nuova richiesta: restare desiderabili anche quando sarebbe lecito volersi semplicemente riposare.

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La comicità della serie ricorda quella di “Il diario di Bridget Jones” e di certa narrativa inglese costruita sul riconoscimento. Si ride perché le disavventure sembrano dire che non siamo gli unici a essere ridicoli; subito dopo, però, arriva il dubbio opposto: forse siamo proprio così e gli altri se ne sono accorti da tempo.


Quando ogni dolore diventa materiale

Tra i problemi professionali della protagonista c’è anche una scrittrice di ottant’anni che ha composto un romanzo a sfondo erotico. L’agenzia vorrebbe eliminare le scene più esplicite, convinta che il pubblico non le desideri, ma la storia lascia aperta una possibilità ironica: nell’epoca del desiderio prolungato fino alla vecchiaia, potrebbe essere proprio l’erotismo di una donna anziana ad attirare i lettori.

La serie spinge anche a riflettere sul rapporto tra sofferenza e lavoro creativo. Jo Ellison, 52 anni, responsabile dell’inserto del Financial Times dedicato al lusso, ha raccontato di aver lasciato una sfilata di Fendi dopo la telefonata del marito: il loro cane stava morendo e doveva essere sottoposto a eutanasia. Mentre gli animalisti protestavano all’esterno e lei piangeva al telefono, la giornalista si è resa conto di trovarsi dentro una scena perfetta per “Youth”.

Il contrasto è quasi crudele: da una parte il dolore privato, dall’altra la consapevolezza professionale di avere trovato un possibile articolo. È una deformazione comune a chi scrive, quella di osservare la propria vita mentre accade e trasformare ogni incidente in materia narrativa. Non basta affrontare la menopausa, i figli che non vanno via, i dolori alle articolazioni o il metabolismo che rallenta: bisogna anche chiedersi se tutto questo possa diventare un buon pezzo.

Chissà per quanto tempo Sharon Horgan abbia raccolto imbarazzi, fallimenti e disastri quotidiani prima di capire di avere materiale sufficiente per una serie. E chissà quando Jo Ellison e chiunque faccia questo mestiere riusciranno a smettere di pensare «ho trovato il mio articolo» mentre guardano una fiction, abbandonano una sfilata o affrontano la morte di un animale.

Forse la libertà più difficile, alla fine, è proprio questa: non dover essere sempre giovani, sensuali, brillanti o produttive. Nemmeno davanti a una persona che ci chiama “signora”. Nemmeno quando la nostra generazione, cresciuta con l’idea di dover fare tutto, scopre che anche invecchiare può diventare un incarico a tempo pieno.

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