Nucleare, il ritorno passa dagli SMR: chi pagherà davvero il conto
Il nuovo piano punta sui piccoli reattori modulari, ma restano aperti i nodi delle scorie, dei costi e del consenso espresso nei referendum.
Il ritorno dell’Italia all’energia nucleare è ormai entrato nell’agenda del governo, ma la definizione di “sostenibile” lascia irrisolte molte domande. Il 23 settembre il Senato ha dato il via libera al disegno di legge delega promosso dal ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, mentre il progetto continua a scontrarsi con problemi già noti: spese elevate, rifiuti radioattivi e assenza di un nuovo pronunciamento popolare.
La tecnologia cambia solo in parte
Il piano si affida ai cosiddetti piccoli reattori modulari, indicati con la sigla SMR. Rispetto alle centrali del passato, la novità consisterebbe soprattutto nelle dimensioni ridotte e nella possibilità di fabbricare gli impianti in serie. Per il resto, almeno nella fase iniziale, si tratterebbe ancora di reattori appartenenti alla terza generazione, cioè della stessa famiglia tecnologica già al centro del referendum del 2011.
La sperimentazione più avanzata citata nel dibattito è in Canada, dove il progetto avrebbe raggiunto un livello significativo e comporterebbe una spesa di circa 15 miliardi di dollari. Anche la produzione in moduli più piccoli, dunque, non eliminerebbe il problema degli investimenti: gli importi resterebbero comunque molto consistenti.
Scorie e finanziamenti senza risposta
Un punto appare certo: anche i nuovi impianti produrrebbero scorie radioattive. Nel frattempo, l’Italia non ha ancora individuato un sito destinato alla gestione dei materiali provenienti dal vecchio programma nucleare. Per questo, il richiamo alla sostenibilità non chiarisce come verrebbe risolto uno dei principali lasciti delle centrali già esistenti.
Neppure il documento illustrativo diffuso dal ministero spiegherebbe con precisione in cosa consista tale sostenibilità. Sul piano economico, il disegno di legge indica l’invarianza finanziaria per lo Stato nella costruzione delle centrali: in pratica, il peso degli investimenti dovrebbe ricadere sui soggetti privati. Resta però da capire se sia realistico realizzare opere tanto costose senza un coinvolgimento diretto o indiretto delle risorse pubbliche.
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Il nodo del voto popolare
La scelta legislativa si colloca in direzione opposta rispetto ai due referendum che hanno sancito il rifiuto dell’energia nucleare. Nella relazione allegata al provvedimento, il governo sostiene che dal 2011 siano mutati sia il quadro politico sia quello tecnologico. Tuttavia, almeno per l’avvio del programma, la tecnologia prevista non appare radicalmente diversa da quella allora sottoposta agli elettori.
Anche il confronto politico presenta una continuità: il governo guidato da Silvio Berlusconi nel 2011 era di centrodestra, così come l’esecutivo attuale. Secondo l’impostazione critica dell’articolo, una decisione di questa portata avrebbe richiesto un nuovo referendum consultivo, sul modello di quello tenuto nel 1989. Il testo considera invece improbabile che l’attuale governo scelga di sottoporsi a un passaggio simile.
Data center e nuova domanda elettrica
A rendere più urgente il tema dei consumi è anche la crescita dei centri di elaborazione dati. Queste strutture richiedono grandi quantità di elettricità per funzionare e, nel dibattito pubblico, il rilancio dell’atomo viene talvolta collegato proprio alla necessità di alimentarle.
Il possibile scenario unirebbe quindi infrastrutture ad alto consumo di suolo, acqua ed energia e nuove centrali destinate a fornire loro elettricità. Le comunità locali chiamate a ospitare gli impianti rischierebbero di avere un ruolo marginale, poiché le opere verrebbero considerate strategiche. L’autore accosta questa prospettiva a un futuro distopico, richiamando anche i rischi legati all’impiego dell’intelligenza artificiale.
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