Nove copertine che hanno superato la musica: da Warhol agli U2
Volti, simboli e immagini enigmatiche: nove dischi dimostrano come una copertina possa diventare memorabile anche prima dell’ascolto.
Una copertina può sopravvivere al disco che rappresenta. Oggi appare spesso come una piccola immagine accanto al titolo di una canzone, ma alcune fotografie e alcuni progetti grafici continuano a incuriosire anche chi non conosce la musica che custodiscono. È sufficiente uno sguardo per voler capire cosa si nasconda dietro quell’immagine.
La selezione che segue è personale e non pretende di stabilire quali siano le copertine più belle di sempre. Sono nove lavori rimasti impressi per ragioni diverse: l’inquietudine di un volto, un dettaglio nascosto, un riferimento artistico o la capacità di trasformare un oggetto comune in un segno riconoscibile.
GioiaPura
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Un’immagine può bastare
Nel 1967 Andy Warhol trasformò una banana gialla su sfondo bianco nella copertina del debutto dei The Velvet Underground & Nico. Nelle prime copie il frutto era ricoperto da un adesivo che si poteva sollevare, seguendo l’invito a farlo lentamente: sotto compariva una banana rosa. Il nome dell’artista, al contrario, occupava la scena più di quello della band.
Anche Unknown Pleasures dei Joy Division, pubblicato nel 1979, dimostra quanto possa essere potente un’immagine priva di spiegazioni. Peter Saville utilizzò il grafico delle onde radio emesse dalla pulsar CP 1919, lo convertì in linee bianche su fondo nero e lasciò fuori sia il titolo sia il nome del gruppo. Il disegno è diventato un simbolo riprodotto su magliette, poster e oggetti di ogni genere, spesso riconosciuto anche da chi non sa chi fosse Ian Curtis. Harold Craft, l’astronomo che aveva realizzato il grafico per la propria tesi, accolse la vicenda con divertimento.
Il mistero resta in superficie
Per Surfer Rosa dei Pixies, Simon Larbalestier fotografò una ballerina di flamenco a seno nudo davanti a una parete segnata da una croce. Vaughan Oliver costruì poi l’intero progetto visivo per la 4AD. La donna non appare seduttiva, la stanza rimane indefinita e l’immagine conserva un’ambiguità quasi cinematografica, accostabile all’atmosfera di Luis Buñuel senza offrire una spiegazione precisa.
David Bowie, fotografato da Masayoshi Sukita per “Heroes” nel 1977, sembra invece muoversi dentro un quadro espressionista. Una mano è sollevata vicino al volto, l’altra poggia sul petto e lo sguardo affronta direttamente l’obiettivo. Il periodo berlinese e l’interesse per la pittura espressionista entrarono anche nella costruzione di quella figura: persino senza il nome scritto sulla copertina, il protagonista resterebbe riconoscibile.
Distorsioni, rose e illusioni
Il volto di Peter Gabriel sulla copertina di Peter Gabriel III / Melt sembra sciogliersi, benché nel 1980 non esistesse ancora Photoshop. Storm Thorgerson e lo studio Hipgnosis ottennero l’effetto intervenendo fisicamente sull’emulsione di una Polaroid durante lo sviluppo, con la partecipazione dello stesso Gabriel. Gli occhi rimangono nitidi mentre il resto dei lineamenti si deforma, come esposto a un calore eccessivo.
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Per Power, Corruption & Lies dei New Order, Peter Saville scelse invece A Basket of Roses di Henri Fantin-Latour, conservato alla National Gallery di Londra. In un angolo inserì un codice cromatico capace di celare il nome della band e quello dell’album, leggibili attraverso la chiave stampata sul retro. Il dipinto ottocentesco, accostato alla musica elettronica del 1983, produce un contrasto che ancora oggi appare sorprendentemente naturale.
Intimità che non si lascia spiegare
La fotografia scelta per Suede, album del 1993, mostra due figure strette in un bacio. L’autrice, Tee Corinne, aveva dedicato gran parte del proprio lavoro alla rappresentazione dell’intimità lesbica. Il ritaglio utilizzato dal gruppo è sensuale senza risultare esplicito e lascia fuori un elemento importante: nell’immagine completa, una delle due donne è seduta su una sedia a rotelle. La band avrebbe voluto usare la fotografia intera, ma l’artista concesse soltanto il dettaglio dei volti.
To Bring You My Love di PJ Harvey, del 1995, presenta la musicista immersa nell’acqua e avvolta in un abito rosso, nella fotografia di Valerie Phillips. L’immagine richiama l’Ofelia dipinta da John Everett Millais, anche se non è certo che il riferimento fosse intenzionale. Il colore dell’abito e la bellezza funerea della scena rendono la copertina una delle più adatte, in questa selezione, a essere appesa a una parete.
Il bambino che ha segnato gli U2
Il 20 ottobre 1980 arrivò nei negozi Boy, primo album degli U2. La fotografia di Hugo McGuinness ritraeva Peter Rowen a sei anni, mentre Steve Averill si occupava dell’impostazione grafica. Il bambino non sorride e osserva l’obiettivo con un’espressione difficile da collocare: non sembra davvero infantile, ma non appare nemmeno adulto.
Tre anni più tardi Rowen tornò sulla copertina di War con un atteggiamento completamente diverso. In Nord America Island Records preferì sostituire la sua immagine con una fotografia dei quattro musicisti, temendo possibili interpretazioni ambigue. Quel volto, però, è rimasto nella memoria anche di chi non ha mai ascoltato una canzone degli U2.
Le nove immagini raccontano un’epoca in cui un disco poteva essere acquistato anche sulla fiducia generata dalla sua confezione. Nessuna era stata concepita per diventare famosa, ma ciascuna ha finito per spingere qualcuno a chiedersi quale musica ci fosse dietro. È forse questo il risultato più duraturo di una grande copertina: non spiegare tutto, ma aprire una porta.
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