Neuropatie disimmuni, la svolta passa da tre bersagli: cosa cambia
Complemento, linfociti B e recettore FcRn guidano la ricerca per ridurre disabilità e dipendenza dalle terapie di mantenimento.
Il blocco del sistema del complemento potrebbe diventare una strada decisiva per alcuni pazienti con neuropatie disimmuni. I risultati già disponibili su molecole come riluzolumab ed efgartigimod fanno intravedere un possibile beneficio nella Cidp e nella neuropatia motoria multifocale, ma per valutare meglio questo approccio bisognerà attendere la conclusione dello studio Arda, attualmente in fase 2.
Un altro fronte riguarda il recettore FcRn, coinvolto nel riutilizzo delle immunoglobuline G. I farmaci che lo colpiscono puntano ad abbassare la quantità di IgG presenti nel sangue, comprese quelle responsabili del danno nella Cidp; tra le molecole esaminate figurano l’FcRn IgG modulator e rozanolixizumab, mentre altri composti sono sottoposti a studi di fase 2 e 3.
Tre bersagli per nuove cure
Secondo Fiore Manganelli, presidente dell’Associazione italiana per lo studio del sistema nervoso periferico, la ricerca sta ampliando rapidamente le possibilità terapeutiche. «L’obiettivo è rispondere ai bisogni ancora insoddisfatti, migliorare il controllo della malattia, ridurre la dipendenza dai trattamenti di mantenimento e, soprattutto, prevenire la progressione della disabilità», ha spiegato durante un seminario online dedicato al rapporto tra biotecnologie e qualità della vita.
Le strategie allo studio si concentrano su tre aree: i linfociti B, il meccanismo di riciclo delle IgG attraverso FcRn e il complemento. La scelta del trattamento, tuttavia, dovrà tenere conto delle caratteristiche dei singoli pazienti, perché non tutte le neuropatie disimmuni rispondono allo stesso modo e non ogni nuova terapia è adatta a chiunque.
Cosa sono queste neuropatie
Le neuropatie disimmuni comprendono malattie rare nelle quali le difese immunitarie attaccano erroneamente i nervi periferici. Il gruppo più numeroso è quello della Cidp, la polineuropatia infiammatoria cronica demielinizzante, presente nella forma tipica e in diverse varianti.
Rientrano nello stesso quadro anche le neuropatie paraproteinemiche associate ad anticorpi contro la glicoproteina della mielina Mag e le nodo-paranodopatie. In quest’ultima categoria, diventata più rilevante negli ultimi 5-10 anni, sono comprese forme caratterizzate da anticorpi diretti contro strutture precise del nervo, tra cui le neuropatie motorie multifocali.
Terapie attuali e limiti ancora aperti
Per iniziare il trattamento della Cidp oggi si ricorre soprattutto a immunoglobuline somministrate per via endovenosa e corticosteroidi; la plasmaferesi rappresenta una terza possibilità. Nel lungo periodo possono essere utilizzate infusioni endovenose a intervalli variabili oppure immunoglobuline sottocutanee. Esiste anche la formulazione sottocutanea facilitata, nella quale la ialuronidasi consente di impiegare quantità maggiori di farmaco e di ridurre il numero delle sedute.
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«La tecnologia amplia gli strumenti a disposizione, ma ogni intervento deve inserirsi in un percorso condiviso con il paziente», ha osservato Manganelli. Restano infatti criticità significative: il 20-30% dei malati ottiene una risposta insufficiente, circa la metà deve continuare una terapia di mantenimento per periodi prolungati e il 30% presenta una disabilità moderata o severa.
Linfociti B, il fronte più studiato
Tra gli approcci rivolti ai linfociti B, il riferimento è rituximab, utilizzato anche nella neuropatia paraproteinemica anti-Mag. Per questa patologia, l’Agenzia italiana del farmaco ne consente l’impiego quando la gravità raggiunge una soglia stabilita tramite la scala Incat.
Poiché il beneficio non si manifesta in tutti i pazienti, la ricerca sta esaminando farmaci capaci di agire sugli stessi linfociti con modalità differenti. Tra questi ci sono gli inibitori delle tirosin-chinasi di Bruton, attualmente valutati in studi clinici. Rituximab viene inoltre considerato nelle nodo-paranodopatie, proprio per il ruolo degli anticorpi contro le strutture nodali e paranodali.
La ricerca cerca risposte più precise
La selezione dei candidati sarà centrale anche per le terapie dirette contro FcRn: il passaggio dai trattamenti convenzionali ai nuovi farmaci non può essere automatico e richiede di individuare chi ha maggiori probabilità di trarne vantaggio. Lo stesso principio vale per l’inibizione del complemento, che potrebbe risultare particolarmente utile soltanto in un sottogruppo di persone.
Il quadro è stato discusso nel corso dell’incontro «Dalla ricerca alla vita – Quando le biotecnologie diventano qualità della vita», organizzato da WeHealth con il contributo non condizionato di Argenx e promosso da Cidp Italia Aps durante la Settimana europea delle biotecnologie 2026. La prospettiva indicata dagli esperti è quella di terapie più mirate, capaci non solo di controllare i sintomi, ma anche di limitare l’evoluzione della disabilità.
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