Netanyahu sotto pressione: gli alleati arabi chiedono conto del 7 ottobre
Le accuse su presunti avvertimenti ignorati scuotono la politica israeliana e coinvolgono Emirati, Egitto e una rete palestinese vicina a Mohammed Dahlan.
La richiesta rivolta da Benjamin Netanyahu agli Emirati Arabi Uniti mostra quanto le accuse sul 7 ottobre 2023 siano diventate un problema politico, oltre che giudiziario e militare. Il premier israeliano sarebbe stato informato in anticipo di un possibile attacco di Hamas, ma nega di aver ricevuto avvertimenti circostanziati e di averli ignorati.
Domenica Netanyahu ha raggiunto gli Emirati insieme al nuovo direttore del Mossad, Roman Gofman, per chiedere al presidente Mohammed bin Zayed al Nahyan di smentire pubblicamente quelle ricostruzioni. Finora, però, non è emerso che il leader emiratino abbia accolto la richiesta.
Gli avvertimenti finiti al centro dello scontro
Secondo le accuse rese pubbliche, Mohammed bin Zayed e Abbas Kamel, allora vertice dei servizi segreti egiziani, avrebbero segnalato a Netanyahu la preparazione di un’operazione eccezionale da parte di Yahya Sinwar, all’epoca capo di Hamas. I messaggi avrebbero parlato di un possibile «terremoto», di «un’azione terribile» e di «qualcosa di insolito».
Il primo ministro respinge integralmente questa versione. La questione, tuttavia, ha assunto un peso crescente dopo le dichiarazioni di alcuni ex responsabili della sicurezza israeliana. David Barnea ha sostenuto di non essere stato informato da Netanyahu dei contatti e delle segnalazioni provenienti da Emirati ed Egitto. Anche Herzi Halevi, allora comandante dell’esercito israeliano, ha detto di non aver ricevuto quelle informazioni.
Ronen Bar, già direttore dello Shin Bet, ha invece affermato di avere avvertito il premier il 15 settembre 2023 del rischio di un’azione palestinese. A suo dire, Israele «era in rotta di collisione con Hamas» e correva «il pericolo di un disastro imminente di proporzioni senza precedenti». Bar ha inoltre accusato Netanyahu di «bugie, distorsione dei fatti, manipolazione dei protocolli e diffusione di informazioni fuorvianti al pubblico».
Una pressione araba senza precedenti
La vicenda è politicamente rilevante perché coinvolge direttamente due Paesi arabi in una campagna elettorale israeliana. Le rivelazioni attribuite agli Emirati e all’Egitto, secondo la ricostruzione proposta, finiscono per danneggiare Netanyahu e per offrire argomenti all’opposizione. Il presidente emiratino aveva dichiarato, dopo le prime notizie, di non voler interferire nella politica interna di Israele.
Dietro la posizione degli Emirati viene indicato Mohammed Dahlan, ex dirigente palestinese e oggi consigliere per la Sicurezza e per gli Affari palestinesi del governo emiratino. Dahlan, già responsabile dei servizi di sicurezza palestinesi e poi dirigente di Fatah nella Striscia di Gaza, fu costretto a lasciare il territorio dopo lo scontro interno palestinese con Hamas.
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Le accuse hanno ricevuto sostegno anche da Sufian Abu Zaida, esponente di alto livello dell’Autorità Nazionale Palestinese e figura politicamente vicina a Dahlan. Quest’ultimo partecipa inoltre al Consiglio per la pace promosso da Donald Trump, circostanza che lo colloca, secondo il testo, in una posizione potenzialmente decisiva nei futuri equilibri di Gaza e della Cisgiordania.
Il nodo delle scelte prima del 7 ottobre
Le ricostruzioni sono state rilanciate da testate israeliane e statunitensi, tra cui Haaretz, Wall Street Journal, New York Times, Yedioth Ahronot e Times of Israel. A rafforzare il quadro ci sono le prese di posizione di ex dirigenti del Mossad, dello Shin Bet e dei vertici militari, in un conflitto tra apparati di sicurezza definito senza precedenti.
Sul piano politico, il punto centrale resta la valutazione che Netanyahu aveva dato pubblicamente di Hamas prima dell’attacco. Il movimento, nella sua strategia, sarebbe stato considerato contenibile attraverso negoziati e trasferimenti di denaro dal Qatar, anche con il passaggio di ingenti somme attraverso l’aeroporto Ben Gurion. Hamas avrebbe così contribuito a sostenere la tesi secondo cui la soluzione dei due Stati non fosse praticabile.
Questa impostazione, secondo la ricostruzione, avrebbe prodotto un abbassamento della vigilanza lungo il confine con Gaza. Il 7 ottobre vi erano 767 militari distribuiti su 59 chilometri, circa 13 per chilometro; nella base di Nahal Oz, su 162 presenti, soltanto 81 risultavano addestrati al combattimento.
Diversi generali coinvolti nella gestione della frontiera e nella catena di comando militare hanno lasciato l’incarico, assumendosi la responsabilità degli errori. Netanyahu, indicato come responsabile politico ultimo della sicurezza nazionale, ha invece sempre negato di avere colpe nella preparazione e nella gestione della risposta israeliana. La stessa posizione è stata mantenuta da Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale.
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