Netanyahu perde terreno: la destra che ha lanciato ora punta al suo posto
I sondaggi escludono una maggioranza autonoma per entrambi i blocchi: decisivi potrebbero diventare i partiti arabi e le defezioni nel Likud
Il futuro politico di Benjamin Netanyahu potrebbe dipendere anche da una frattura interna al Likud. Se nessun fronte arrivasse ai 61 seggi necessari per governare, alcuni parlamentari del partito potrebbero raccogliere l’appello di Avigdor Lieberman e lasciare il premier per sostenere una diversa maggioranza.
Un esecutivo sostenuto dall’astensione dei partiti arabi consentirebbe infatti di aprire una fase nuova, nella quale deputati del Likud potrebbero prendere le distanze dalla leadership di Netanyahu. La possibilità resta legata a un risultato elettorale senza vincitori assoluti, ma è uno degli sviluppi considerati nel caso in cui le previsioni dei sondaggi venissero confermate.
GioiaPura
-15% su tutto da GioiaPura
Un governo appeso ai partiti arabi
L’ipotesi più concreta prevede un governo di minoranza guidato da Gadi Eisenkot, qualora il suo partito risultasse il più votato. A sostenerlo sarebbero le forze oggi contrarie a Netanyahu, mentre la fiducia potrebbe arrivare grazie all’assenza o all’astensione dei deputati arabi, senza la necessità di un’intesa di coalizione ufficiale.
Avigdor Lieberman ha già respinto questa prospettiva e lo stesso Eisenkot non la considera una soluzione praticabile. Tuttavia, Ra’am, il partito di Mansour Abbas, ha già mostrato nel 2021 di poter entrare in un esecutivo guidato da Naftali Bennett. Anche la Joint List, secondo il quadro delineato, potrebbe abbandonare le posizioni più radicali del passato e scegliere un approccio istituzionale.
Il leader dell’alleanza composta da tre formazioni arabe, Yousef Jabareen, ha promesso di «usare ogni strumento e ogni opzione possibile per impedire a Netanyahu di costruire un governo». L’astensione sarebbe la via più semplice: niente ministri arabi né patto formale, ma anche l’impossibilità per il nuovo esecutivo di approvare misure ostili alla minoranza araba e la possibile cancellazione della pena di morte prevista soltanto per i palestinesi.
La destra presenta il conto
La crescita dell’estrema destra è il risultato di una scelta compiuta dallo stesso Netanyahu nel 2022. In quell’occasione il leader del Likud favorì l’ingresso alla Knesset di Itamar Ben Gvir, allora candidato di una formazione non sionista, che ottenne 6 deputati grazie all’alleanza con il premier.
Ben Gvir, fino a quel momento incapace di conquistare un seggio — nel 2020 aveva raccolto appena lo 0,42 per cento — oggi viene accreditato di 8 parlamentari. La sua comunicazione populista, le provocazioni esibite in aula, la proposta di una pena capitale riservata ai palestinesi e il sostegno ai coloni più estremisti gli hanno permesso di assorbire anche gran parte del consenso di Bezalel Smotrich.
Ora Ben Gvir non si limita più a condizionare il governo: punta apertamente alla carica di primo ministro. Netanyahu si trova così a dover condurre una parte rilevante della campagna contro l’uomo politico che aveva contribuito a portare dentro il Parlamento. Il fenomeno ricorda, per dinamica, l’effetto prodotto in Italia dalla crescita di figure come Matteo Salvini e Roberto Vannacci sulla destra tradizionale.
La candidatura di Yoav Segalovitz potrebbe rafforzare lo scenario di un governo sostenuto indirettamente dagli arabi. Ex dirigente della polizia israeliana e figura sionista, Segalovitz è stato collocato da Mansour Abbas al secondo posto nella lista di Ra’am e potrebbe ricevere il voto di decine di migliaia di cittadini arabi. La criminalità organizzata rappresenta infatti una delle principali emergenze per quella comunità.
I numeri non bastano a governare
Le rilevazioni pre-elettorali concordano su un punto: la coalizione di Netanyahu non avrebbe più la maggioranza. Al momento dispone di 63 seggi, ma le proiezioni la collocano tra 49 e 51; soltanto Canale 14, vicino al premier, le assegna 62 parlamentari. Israel Hayom, quotidiano nato nel 2007 proprio per sostenerlo e divenuto nel frattempo molto critico, stima invece il blocco a quota 50.
Il sostegno arrivato tardivamente da Donald Trump potrebbe incidere sulla scelta degli elettori, ma non è certo che riesca a cambiare il quadro. Anche l’opposizione, però, resterebbe sotto la soglia della maggioranza: i suoi partiti vengono indicati tra 54 e 57 seggi.
Il ritiro di Benny Gantz potrebbe aiutare il fronte anti-Netanyahu. Il suo consenso, stimato tra l’1 e il 2 per cento, rischierebbe altrimenti di disperdersi sotto la soglia elettorale e potrebbe invece trasformarsi in voti utili per le altre liste.
A complicare ulteriormente i calcoli ci sono le formazioni arabe, alle quali vengono attribuiti complessivamente tra 13 e 15 seggi. Prima del voto, tuttavia, i partiti dell’opposizione dichiarano di non voler formare un governo con il loro appoggio. La posizione potrebbe cambiare dopo lo scrutinio, soprattutto se la loro astensione diventasse decisiva.
Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.
Readoo usa l’AI per rispondere velocemente alle tue domande.
Un sistema che moltiplica i partiti
La frammentazione nasce anche dalle regole elettorali israeliane. Per presentare una lista alla Knesset è sufficiente fondare un partito con 100 iscritti, dotarlo di uno statuto e di organismi dirigenti e rispettare poche condizioni sottoposte al controllo della Corte Suprema.
Questa apertura nasce dall’idea di rappresentare le molte anime dell’ebraismo maturate durante i secoli della diaspora e dopo la nascita dello Stato. Il sistema proporzionale privilegia quindi la rappresentanza rispetto alla stabilità degli esecutivi, alimentando una forte mobilità politica.
Alle elezioni si presentano 38 partiti, ma tra 25 e 30 dovrebbero restare sotto la soglia di sbarramento del 3,25 per cento. Nel 2022 i voti finiti a liste escluse dal Parlamento furono l’8,8 per cento del totale: una quota che avrebbe potuto tradursi in circa 10 seggi.
Tra le formazioni in corsa figurano anche proposte eccentriche: dal partito della Cannabis a quello dei Pirati, passando per chi sostiene il matrimonio senza limiti, la monarchia costituzionale, l’abolizione delle tasse o il trasferimento della popolazione ebraica israeliana su un’isola artificiale nel Mediterraneo.
Questa dispersione ha contribuito alla volatilità degli ultimi anni e alle cinque elezioni anticipate svolte tra il 2019 e il 2022. I vecchi leader del sionismo e i loro partiti sono scomparsi quasi tutti, con l’eccezione del Likud, mentre molte liste nate per contrastare Netanyahu hanno avuto vita breve.
L’opposizione cerca un leader
La permanenza di Netanyahu al centro della politica israeliana dipende anche dalla debolezza dei suoi rivali. Il leader del Likud ha una lunga esperienza di governo e una riconosciuta capacità di imporsi nella competizione politica: elementi che hanno sostenuto i suoi 19 anni complessivi alla guida del Paese.
Benny Gantz, ex generale e per anni principale avversario del premier, rappresenta il caso più evidente del rapido declino di una formazione. Nel 2019 Blu e Bianco era stato il primo partito con il 25,95 per cento e 33 seggi; oggi non riuscirebbe a superare il 3,25 per cento e Gantz ha annunciato il ritiro.
Anche Eisenkot, ex generale e leader di una lista appena costituita, presenta un profilo ancora privo di esperienza politica e di governo. I sondaggi lo indicano come possibile candidato più votato, ma non è riuscito a ottenere l’investitura unitaria degli altri capi dell’opposizione: Naftali Bennett, Yair Lapid, Avigdor Lieberman e Yoav Golan.
La competizione tra questi leader alleati ricorda, per divisioni e rivalità, le difficoltà del cosiddetto Campo Largo italiano. In questo quadro, la possibile intesa formale tra opposizione e Ra’am appare molto improbabile: il trauma del 7 ottobre è ancora troppo profondo perché l’apertura sperimentata nel 2021 venga riproposta senza forti resistenze.
Gli arabi israeliani sono circa 2 milioni e 100mila, pari al 21 per cento della popolazione. Il loro peso parlamentare potrebbe dunque diventare determinante, anche senza una partecipazione diretta al governo, in una legislatura nella quale né Netanyahu né il fronte avversario sembrano destinati a raggiungere da soli quota 61.
Le elezioni sono fissate per il 27 ottobre. Il risultato potrebbe quindi non indicare soltanto chi ha ottenuto più voti, ma soprattutto quali accordi, astensioni o defezioni saranno sufficienti per costruire una maggioranza.
Continua a leggere
Milano, l’ordine come riflesso: la svolta della destra
La risposta alle bande di minorenni riporta al centro la strategia securitaria della destra e il ruolo di Mattarella nel contenerne gli esiti più rigidi.
Oslo, il nodo dei territori: Witkoff vede Zelensky e punta Mosca
L’inviato di Trump incontra il presidente ucraino in Norvegia prima di un possibile faccia a faccia con Putin, mentre Washington nega pressioni per danneggiare Kiev.
Milano, la protesta si organizza online: l’ombra delle chat sui saccheggi
Manifesti, messaggi cancellati e testimonianze di giovani coinvolti: il quadro delle mobilitazioni annunciate e degli scontri nel capoluogo lombardo.
DeepSeek, Pechino accusa Washington: “Così salta l’intesa”
Il divieto imposto alle agenzie federali civili statunitensi riaccende lo scontro sulle restrizioni alle imprese tecnologiche cinesi.