Negoziati Iran-Usa, il nodo che può far saltare il ritorno al tavolo
Teheran non esclude una nuova trattativa, ma chiede garanzie concrete e attende da Washington una risposta sulle proposte per lo Stretto di Hormuz.
La distanza tra Iran e Stati Uniti non riguarda soltanto il programma nucleare. A rendere incerto un nuovo confronto diplomatico è soprattutto la mancanza di fiducia di Teheran, che teme che il dialogo possa nuovamente lasciare spazio ad azioni militari. Per questo l’eventuale ripresa dei negoziati dipenderà dalle prossime mosse di Washington.
Afifeh Abedi, analista del Centro per la Ricerca Strategica di Teheran, legato al Consiglio del Discernimento, ha spiegato che l’Iran resta disponibile al confronto, ma non considera più sufficiente la semplice riapertura del tavolo. «La domanda più importante è come assicurarsi che i negoziati non diventino ancora una volta uno strumento per un attacco a sorpresa e per la guerra», ha affermato nell’intervista.
La fiducia resta il vero ostacolo
Secondo Abedi, negli ultimi due anni gli Stati Uniti avrebbero colpito la Repubblica islamica in tre occasioni, proprio mentre erano in corso passaggi cruciali del confronto diplomatico. Questa sequenza ha rafforzato a Teheran l’idea che il negoziato non basti a scongiurare nuove iniziative militari.
La conseguenza, osserva l’analista, è che l’Iran «ha perso la fiducia nei negoziati con gli Stati Uniti». Malgrado ciò, Teheran continua a considerare la diplomazia utile non solo per attenuare la pressione economica e contenere il rischio di un conflitto più ampio, ma anche per ampliare il proprio spazio di manovra e costruire gradualmente un’intesa.
Hormuz e nucleare al centro
I contatti più recenti hanno comunque lasciato intravedere la possibilità di un nuovo percorso. A margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avuto colloqui indiretti con l’inviato statunitense Steve Witkoff e con Jared Kushner, grazie alla mediazione del Qatar. Araghchi ha poi incontrato nuovamente i mediatori qatarioti.
Teheran aspetta ora una risposta americana alle proposte relative alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Araghchi ha inoltre ribadito che sul programma nucleare il governo iraniano non intende arretrare né adottare posizioni più flessibili.
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Per Abedi, un futuro negoziato dovrebbe concentrarsi proprio su questi due temi. Sul nucleare resterebbero da chiarire il livello dell’arricchimento dell’uranio, la quantità delle scorte, i controlli dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e il destino delle infrastrutture iraniane.
Le sanzioni complicano l’intesa
Un altro punto decisivo riguarda le sanzioni: non sarebbe sufficiente discuterne la revoca, ma occorrerebbe stabilire anche tempi e modalità concrete per renderla effettiva. Questo tema potrebbe diventare determinante per valutare la credibilità di qualsiasi accordo raggiunto.
L’analista ritiene inoltre che Washington guardi alla questione iraniana in modo sempre più ampio, includendo il programma missilistico, i rapporti di Teheran con i propri alleati nella regione e quelli con Russia e Cina, oltre alla posizione di Israele.
Un accordo separato da Israele
A giudizio di Abedi, gli Stati Uniti dovrebbero riuscire a distinguere il percorso per un’intesa con l’Iran dalle questioni legate a Israele. In caso contrario, anche un’intesa iniziale sul nucleare rischierebbe di essere bloccata da altre controversie rimaste irrisolte.
La conclusione dell’analista è quindi prudente ma non di chiusura: l’Iran, anche nella fase attuale, resta favorevole a negoziare e a raggiungere un accordo. Il ritorno al tavolo, tuttavia, sarà possibile soltanto se Washington offrirà segnali capaci di ridurre il timore di nuove pressioni o attacchi durante il confronto.
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