18.000Lettori online ora
Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Neet, il calo non basta: al Sud e tra le donne il divario resta

La quota dei giovani fuori da studio e lavoro è quasi dimezzata in dieci anni, ma età, territorio, genere e cittadinanza continuano a pesare molto.

Il numero complessivo è sceso in modo netto, ma la condizione di Neet continua a durare per molti giovani. Oltre la metà di chi nel 2024 non studiava e non lavorava si trovava nella stessa situazione anche nel 2025: dietro il calo della percentuale nazionale restano quindi percorsi personali difficili da interrompere.


Il miglioramento non raggiunge tutti

Nel 2015 i giovani italiani tra i 15 e i 29 anni senza occupazione né formazione erano il 25,7%, praticamente uno su quattro. Dieci anni dopo la quota è arrivata al 13,3%, una riduzione vicina alla metà. Il dato resta comunque superiore alla media dell’Unione europea, pari all’11%, mentre l’obiettivo comunitario per il 2030 è scendere sotto il 9%.

Anche il confronto internazionale mostra un progresso importante: l’Italia, che nel 2015 aveva la percentuale più alta dell’Unione, oggi è stata superata da Romania, Bulgaria e Grecia. Nessun altro Paese europeo ha però registrato una diminuzione altrettanto ampia. La media nazionale nasconde soprattutto una distanza molto marcata tra le diverse aree del Paese: la quota è dell’8,7% al Nord, dell’11,8% al Centro e supera il 20% nel Mezzogiorno.


Età e genere cambiano il quadro

La probabilità di restare fuori da scuola e lavoro aumenta con l’età. Tra i 15 e i 19 anni i Neet sono il 4,5%, mentre nella fascia tra i 25 e i 29 anni raggiungono il 20%. La differenza tra uomini e donne diventa particolarmente evidente proprio in questa fase: nel complesso riguarda quasi il 15% delle giovani donne e poco meno del 12% degli uomini, ma tra i 25 e i 29 anni i valori arrivano rispettivamente al 24,9% e al 15,5%.

Secondo Andrea Garnero, economista della Direzione per l’Occupazione, il Lavoro e gli Affari sociali dell’Ocse, il divario femminile può essere collegato anche alle responsabilità familiari e alla cura dei figli, che continuano a ostacolare soprattutto le donne. La cittadinanza aggiunge un ulteriore elemento di disuguaglianza: tra i giovani italiani la quota è del 12,2%, mentre tra quelli stranieri sale al 24%. Tra le donne, il divario è ancora più ampio: dal 13% delle italiane si passa a quasi il 35% delle straniere.


Una categoria tutt’altro che uniforme

La sigla raccoglie situazioni molto diverse e non identifica soltanto chi cerca un impiego senza trovarlo. Tito Boeri, professore di economia del lavoro all’Università Bocconi ed ex presidente dell’Inps, ha sottolineato: «I Neet sono una categoria eterogenea». I disoccupati che cercano attivamente un lavoro rappresentano circa un terzo del totale; gli altri possono trovarsi alle prese con contratti intermittenti, responsabilità di cura, ostacoli linguistici o fragilità personali.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

Alcuni giovani hanno inviato numerosi curriculum senza ricevere risposta, mentre altri, dopo molti tentativi falliti, hanno smesso di cercare. Tra gli stranieri incidono anche reti familiari meno disponibili a sostenere la cura dei figli e difficoltà più generali di integrazione. La condizione, dunque, non può essere ricondotta a una semplice mancanza di volontà o alla necessità di un solo intervento per l’inserimento lavorativo.


Il titolo di studio non protegge sempre

I dati sull’istruzione non seguono una traiettoria immediata. La percentuale più elevata non riguarda chi ha raggiunto soltanto la licenza media, tra cui i Neet sono il 12%, né i laureati, fermi all’11,1%: il valore più alto si registra tra i diplomati, con il 15%.

Il percorso individuale, però, non basta a spiegare il risultato. Tra i giovani che vivono ancora con i genitori, circa la metà proviene da famiglie in cui il titolo di studio più elevato non va oltre la licenza media. Quasi tre su dieci, inoltre, appartengono a nuclei nei quali nessuno dei genitori ha un lavoro. Le condizioni di partenza possono quindi continuare a influenzare l’ingresso nell’età adulta anche dopo la conclusione della scuola.


Tra studi e lavoro resta un vuoto

Il passaggio verso l’occupazione rimane più complicato in Italia rispetto al resto dell’Unione. Nel 2025 lavorava il 71,8% dei giovani tra i 20 e i 34 anni che avevano terminato da uno a tre anni un percorso di istruzione secondaria superiore o terziaria; nell’Unione europea la percentuale raggiungeva l’83%.

Andrea Garnero descrive il collegamento tra formazione e occupazione come un passaggio ancora troppo brusco: «In Italia c’è un salto troppo netto tra il mondo degli studi e quello del lavoro». Scuola, università e imprese, secondo l’economista, comunicano ancora poco tra loro. Anche quando l’ingresso avviene, la permanenza può restare fragile, con brevi esperienze e contratti precari che non sempre diventano una carriera stabile.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere