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Attualità 2 min di lettura2 ore fa

Navigli, quel Sì ignorato da Milano: che senso ha votare

Nel 2011 quasi mezzo milione di milanesi approvò la riattivazione dei canali, ma il progetto è rimasto fermo nonostante i possibili benefici per la città.

Quasi mezzo milione di cittadini milanesi aveva indicato una direzione precisa: riportare gradualmente l’acqua nei Navigli, recuperando anche la Darsena. Il 94% dei votanti si era espresso a favore, ma quella scelta popolare non ha prodotto la trasformazione promessa e oggi riapre una domanda scomoda: quale valore conserva un referendum se le sue indicazioni possono essere accantonate?


Quel voto attende ancora una risposta

Il quesito era stato sottoposto agli elettori nel 2011, insieme ad altri quattro referendum cittadini collegati alle elezioni comunali. A favore della riqualificazione della Darsena e del ripristino idraulico e paesaggistico dei Navigli si erano pronunciati 489.727 milanesi. Una maggioranza molto ampia, diversa dai margini spesso ridotti delle competizioni elettorali successive.

Nel giugno 2015, a Palazzo Reale, era stato presentato uno studio di fattibilità elaborato negli anni da esperti provenienti da più discipline e atenei. Il documento indicava un possibile percorso operativo, ma negli anni seguenti i cinque referendum sono rimasti sostanzialmente senza seguito. Secondo questa lettura, il risultato è stato anche politico: la consultazione popolare è stata di fatto svuotata e la possibilità di affiancare referendum tematici alle elezioni è tramontata.


L’acqua cancellata dalla modernità

La riapertura non viene descritta come un’utopia, bensì come un intervento realizzabile con un progetto graduale e competenze adeguate. I vantaggi indicati riguardano l’ambiente, l’assetto urbano, il patrimonio architettonico, la gestione delle acque, la mobilità e l’economia. La spesa stimata sarebbe stata pari a circa un quarto di quella sostenuta per la M4, la linea che collega Linate Aeroporto a San Cristoforo FS.

La scomparsa dei canali viene ricondotta alla cultura novecentesca che puntava a coprire corsi d’acqua e infrastrutture ritenute d’intralcio. A Milano furono interrati i Navigli, mentre il Seveso e l’Olona subirono trasformazioni profonde; il Lambro, invece, è stato mantenuto ma incanalato in un percorso considerato poco efficace. Nel frattempo, la risalita della falda dopo la crisi industriale ha creato nuove difficoltà per gallerie, metropolitane e autorimesse sotterranee.

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Una città senza la sua rete d’acque

La copertura dei Navigli ha modificato anche l’identità urbana di Milano, sorta in un territorio segnato dalle risorgive pur trovandosi lontano dai grandi fiumi. Il sistema avrebbe potuto ricostituire una continuità idraulica storica, collegando nuovamente tratti della rete cittadina e valorizzando una tradizione tecnica che comprende anche l’opera di Leonardo e di numerosi ingegneri e architetti.

A oggi, però, nessun battello percorre la cerchia dei Navigli e il progetto di riattivazione resta incompiuto. Non si è concretizzata nemmeno l’ipotesi, giudicata visionaria, di una via d’acqua capace di collegare il Lago Maggiore, il Lago di Como e l’Adriatico. Il tema, quindi, non riguarda soltanto i canali, ma il rapporto tra decisioni pubbliche e partecipazione.

Giorgio Gaber lo aveva riassunto nella canzone ricordata nell’articolo: «La libertà non è star sopra un albero, non è neanche avere un’opinione; la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione». Se un’indicazione referendaria così netta viene ignorata, il dubbio finale diventa inevitabile: a Milano serve ancora votare?

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