Natura, il piano italiano perde pezzi: Bruxelles può ancora cambiarlo
La bozza nazionale è arrivata con quasi un mese di ritardo e, rispetto alla proposta iniziale, cancella o indebolisce molte misure per il verde urbano.
Per mesi il testo è rimasto chiuso negli uffici ministeriali, poi è stato trasmesso alla Commissione europea il 25 settembre, oltre la scadenza prevista. Reso pubblico soltanto il 7 ottobre, il documento sul ripristino della natura appare molto più debole rispetto all’impianto iniziale e lascia aperto il confronto con Bruxelles.
Il regolamento europeo è in vigore dal 18 agosto 2024 e punta a recuperare gli ecosistemi degradati, difendere la biodiversità e rendere i territori più resistenti agli effetti del cambiamento climatico. La bozza italiana, però, riduce numerosi impegni e sembra difficilmente sufficiente a raggiungere quegli obiettivi senza ulteriori interventi.
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Bruxelles dovrà esaminare una bozza ridotta
La trasmissione del Piano nazionale di ripristino della natura doveva avvenire entro il 1 settembre. L’Italia ha invece inviato il documento il 25 settembre e lo ha mantenuto di fatto non consultabile fino ai primi giorni di ottobre. La consultazione pubblica, aperta il 23 aprile e chiusa il 24 giugno, è stata così seguita da richieste di maggiore trasparenza.
Quattordici organizzazioni, tra cui Legambiente, Slow Food, Wwf Italia, Commissione internazionale per la protezione delle Alpi, Federazione nazionale Pro Natura, Fondazione Marevivo, Lav e Lipu, hanno chiesto al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica di pubblicare il testo definitivo e di spiegare come siano stati utilizzati i contributi ricevuti.
Adesso la Commissione europea avrà sei mesi per valutare la proposta e potrà chiedere correzioni o integrazioni. La versione conclusiva dovrà essere pronta entro il 1 settembre 2027, aprendo la strada a un nuovo confronto tra le richieste europee e l’impostazione scelta dal governo italiano.
Il verde urbano è il punto più debole
Le contestazioni più dure riguardano l’articolo 8, dedicato agli ecosistemi urbani. Secondo Paolo Pileri, ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano, il testo ha abbandonato l’impostazione originaria: “Hanno azzerato articolo 8, quello sul ripristino degli ecosistemi urbani”. Il docente sostiene che gli obblighi siano stati trasformati in indicazioni facoltative, con il passaggio da formule vincolanti come “devono” a espressioni più blande come “possono” e “si auspica”.
Le regole interessano 2.761 Comuni, pari a circa il 38% del territorio nazionale. Pileri ha ricordato che proprio questi enti sarebbero responsabili di circa metà del consumo di suolo registrato nel 2024, equivalente a 4.000 ettari, attraverso la cancellazione di aree verdi.
Entro il 31 dicembre 2030 dovrebbe essere garantita l’assenza di una perdita netta nella superficie complessiva degli spazi verdi urbani e nella copertura degli alberi rispetto ai valori del 2024. Dal 1 gennaio 2031, invece, i Comuni dovrebbero assicurare una crescita progressiva di entrambe le componenti.
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Cancellate 15 misure proposte da Ispra
La versione elaborata dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale comprendeva 23 interventi destinati a tutti i Comuni. Secondo Pileri, 15 sono scomparsi senza essere sostituiti da alternative equivalenti.
Tra le misure eliminate figuravano un registro delle superfici verdi perdute, strumenti per contenere il consumo di suolo, oneri urbanistici aggiuntivi per finanziare il ripristino e l’applicazione del principio di precauzione. Quest’ultimo avrebbe consentito di sospendere gli interventi capaci di ridurre il verde fino alla pubblicazione del monitoraggio ufficiale previsto nel 2030.
È stata inoltre rimossa la previsione di limitare le opere sui terreni urbani non ancora artificializzati, insieme agli interventi di rimozione dell’asfalto e alla ricostruzione dei suoli con dotazioni ecologiche. La depavimentazione dei cortili scolastici, inizialmente indicata tra le azioni da realizzare, è rimasta soltanto come possibilità.
Le pressioni degli enti locali
Le associazioni ambientaliste hanno attribuito un ruolo importante alle osservazioni dell’Associazione nazionale costruttori edili e dell’Associazione nazionale comuni italiani. Le proposte dell’Ance sarebbero state in larga parte riprese dagli emendamenti presentati dall’Anci, contribuendo alla riscrittura del piano e alla cancellazione di diverse misure predisposte da Ispra.
Anche l’Istituto nazionale di urbanistica aveva evidenziato le difficoltà applicative legate al divieto, previsto dal regolamento europeo dal settembre 2026, di ridurre il verde urbano e la copertura arborea rispetto alla situazione del 2024. Di segno opposto la posizione della Società italiana degli urbanisti, che ha continuato a sostenere l’impianto iniziale del piano.
Pileri ha richiamato le esperienze di Francia e Danimarca, dove sono già stati avviati interventi per rimuovere il cemento dai cortili scolastici o per eliminare le recinzioni attorno agli istituti. In Italia, invece, le azioni rimaste sono state trasformate in suggerimenti o ricondotte a generiche opere di deimpermeabilizzazione.
Secondo il docente, la scelta potrebbe lasciare i Comuni più esposti sia alle richieste di trasformazione avanzate dai privati sia ai danni provocati dagli eventi meteorologici estremi. “Queste misure avrebbero rappresentato una difesa”, ha osservato Pileri, sottolineando che il loro indebolimento rischia di trasferire sui bilanci comunali il peso delle conseguenze.
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