Napoli, Allegri non basta: la scommessa azzurra ora presenta il conto
La crisi non dipende soltanto dalle scelte dell’allenatore: età della rosa, infortuni, gol mancanti e rinnovi irrisolti mettono in discussione l’intero progetto.
Il vero rischio per il Napoli non riguarda soltanto la permanenza di Massimiliano Allegri. La squadra sembra arrivata al tratto conclusivo di una lunga corsa con risorse ridotte, e a quel punto cambiare guida tecnica potrebbe non essere sufficiente: il problema investe una costruzione che da tempo mostra segnali di usura.
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Un precedente che invita alla prudenza
Durante la stagione della gestione Garcia si diffuse l’idea che la sola sostituzione dell’allenatore potesse riaprire la strada verso lo scudetto. Quella lettura non trovò conferma nei risultati, nonostante allora il Napoli disponesse di Osimhen, Kvaratskhelia, Zieliński e di una struttura simile a quella attuale, ma con tre anni in meno sulle spalle.
Allegri può contare su un contratto e su un ingaggio che lo rendono più protetto rispetto al tecnico francese. Il piazzamento tra le prime quattro resta possibile, anche se complicato, mentre il rendimento europeo avrebbe dovuto rappresentare il principale riscatto dopo l’eliminazione nella fase a gironi dell’edizione precedente. Una sconfitta domani sera al Maradona contro Bodø/Glimt, però, avvicinerebbe il Napoli a un’uscita anticipata dalla Champions League e metterebbe sotto pressione tutto il progetto.
La panchina è solo il sintomo
Il dibattito sull’allenatore si è acceso dopo il passo falso di Venezia. Ad Allegri viene contestata soprattutto la formazione iniziale, con Beukema, Lucca e Giovane lanciati dal primo minuto attraverso un ricambio molto ampio. Resta da capire se sia davvero imperdonabile concedere spazio a una rosa reduce da un primo e da un secondo posto in campionato, contro un’avversaria ancora ferma a quota zero.
Il tecnico livornese ha accettato di guidare un gruppo costruito su una previsione molto ambiziosa: ottenere ancora molto da una squadra già sottoposta a numerose stagioni di pressione. Antonio Conte aveva invece scelto di non proseguire, dopo aver intravisto le difficoltà del percorso. Allegri ha raccolto quella sfida, ma il margine per correggere gli errori si sta restringendo.
Una rosa chiamata a rinascere
Il progetto estivo si fondava sull’ipotesi che l’organico potesse ritrovare energie, che la lunga serie di problemi fisici dell’annata precedente non si ripetesse e che il reparto offensivo aumentasse sensibilmente la produzione. L’attacco, già poco prolifico ai tempi di Conte, avrebbe dovuto cambiare passo senza disporre di garanzie concrete in tal senso.
Højlund, abituato finora a viaggiare nell’ordine dei 10-15 gol stagionali, avrebbe dovuto raddoppiare il proprio rendimento. Alisson, Neres e Politano, esterni capaci di arrivare al massimo a cinque reti in una stagione, erano chiamati a colmare il vuoto lasciato dai picchi realizzativi di Insigne e Callejón, oltre 30 centri nell’epoca sarriana. Una trasformazione simile non appariva realistica.
La stessa fiducia è stata riposta in calciatori reduci da una stagione ai margini o da valutazioni negative: tra i nomi principali figurano Lucca, Lang e Giovane. L’operazione ricorda quella tentata da Spalletti a Torino con Koopmeiners, Douglas Luiz e alcuni giocatori provenienti dalla precedente gestione Giuntoli; per ora, anche l’esito sembra avvicinarsi a quel precedente.
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Il peso degli anni e dei rinnovi
La squadra resta composta da elementi di valore, ma la sua età media è la più alta della Serie A. Inoltre, molti titolari frequentano l’ambiente azzurro da moltissimo tempo: Lobotka da 7 anni, Meret da 9, Anguissa da 6, Di Lorenzo da 8, mentre Politano e Rrahmani da 7. Sono protagonisti di due scudetti e di una Supercoppa, ma il loro ciclo ha già superato la durata indicata abitualmente per una squadra vincente, compresa tra tre e cinque anni.
A questa permanenza prolungata si aggiungono motivazioni inevitabilmente messe alla prova da tante battaglie e alcune questioni contrattuali ancora aperte. Anguissa, condizionato da diversi problemi fisici, si avvicina alla scadenza e chiede un compenso considerato eccessivo dal club: l’addio potrebbe arrivare a gennaio per incassare una cifra oppure a giugno senza indennizzo.
Anche il futuro di McTominay non è stato definito, mentre Rrahmani, Politano e il capitano Di Lorenzo hanno già prolungato i rispettivi accordi. Il rinnovo non risolve però il tema anagrafico: tutte le colonne della squadra campione d’Italia sono ormai prossime ai trent’anni.
La scommessa parte da lontano
Il punto di partenza del progetto era stato esposto da Giovanni Manna il 23 luglio in Trentino. Il direttore sportivo aveva affermato: «Non siamo a fine ciclo, per noi questa squadra ha ancora qualcosa da dare». Quelle parole lasciavano intendere una fiducia misurata, più legata alla possibilità di ottenere un rendimento residuo che alla presenza di risorse illimitate.
Da lì è nata una scelta ad alto rischio. Il Napoli ha puntato sulla continuità del gruppo, sulla tenuta fisica e sulla crescita improvvisa di giocatori che finora non avevano garantito numeri decisivi. L’annata precedente, segnata da molti infortuni, è stata trattata come un episodio irripetibile, nonostante calendari sempre più affollati e ritmi che rendono prevedibili nuovi stop soprattutto per i calciatori più esperti.
La scommessa non è ancora definitivamente fallita, ma la partita di domani può diventare uno spartiacque. Se il Napoli non supererà Bodø/Glimt, l’obiettivo europeo rischierà di svanire presto e la domanda sull’allenatore finirà per coprire, ancora una volta, una questione più ampia: non basta un nome importante in panchina per cancellare la fatica accumulata da un intero ciclo.
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