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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Migranti, il conto delle barriere: lavoro, casa e permessi in bilico

Il Rapporto Immigrazione 2026 di Caritas e Migrantes mette in luce gli ostacoli che alimentano precarietà e irregolarità, nonostante il contributo economico e sociale degli stranieri.

Non bastano i numeri sull’occupazione o sulla presenza stabile per garantire integrazione. In Italia le difficoltà burocratiche, i salari bassi, l’emergenza abitativa e le disuguaglianze scolastiche continuano a creare ostacoli anche per chi vive nel Paese da anni. È la fotografia tracciata dal Rapporto Immigrazione 2026 di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, presentato a Roma nella sua 35esima edizione.

Al primo gennaio 2026 gli stranieri residenti sono 5,56 milioni, pari al 9,4% della popolazione. Nel 2025 i 2,6 milioni di occupati stranieri hanno prodotto 196 miliardi di euro di valore aggiunto, il 9,7% del Pil. Eppure il rapporto riassume così la loro condizione: «Danno molto al Paese e ricevono poco».

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Il lavoro non cancella la precarietà

Il contributo economico convive con una forte concentrazione degli stranieri nelle mansioni meno qualificate. Il 29% svolge professioni non qualificate, mentre tra gli italiani la quota si ferma all’8%. Anche i redditi mostrano una distanza significativa: circa 17mila euro è la media dichiarata dai contribuenti stranieri, contro quasi 27mila euro per le persone nate in Italia.

Avere un impiego, inoltre, non mette necessariamente al riparo dalla povertà. Tra gli stranieri che si rivolgono ai Centri di ascolto Caritas, il 29,4% è composto da lavoratori poveri; tra gli utenti italiani la percentuale è del 17,4%. Per le famiglie straniere, il 60% delle risorse disponibili viene assorbito dalle spese essenziali.


Permessi, ingressi e rischio irregolarità

Secondo Caritas e Migrantes, il sistema degli ingressi regolari resta poco efficiente e difficile da comprendere. Il meccanismo può esporre chi arriva a truffe, indebitamento e dipendenza dal datore di lavoro: in alcuni casi l’occupazione promessa non esiste e la persona rimane senza strumenti per completare la regolarizzazione.

I dati relativi ai decreti Flussi mostrano la distanza tra le quote stabilite e i permessi effettivamente avviati. Per il 2024, su 146.850 ingressi previsti, risultavano 24.858 permessi in fase di rilascio, il 16,9%; la stima indica inoltre 1.836 persone entrate legalmente rimaste senza titolo. Nel 2025, con dati provvisori raccolti a dicembre, i permessi erano 14.349 su 181.450 quote, il 7,9%, mentre 11.686 persone risultavano esposte al rischio di irregolarità.

Queste cifre non significano che tutti gli ingressi non completati abbiano prodotto situazioni irregolari, ma evidenziano il divario tra programmazione e risultati. Il 23 ottobre partirà la precompilazione delle domande per il decreto Flussi 2027, che prevede 165mila ingressi. Alla fine del 2025, secondo ISMU, le persone straniere in condizione irregolare erano 339mila, a fronte di 6.772 rimpatri eseguiti nello stesso anno.

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Le proposte per superare i confini

Nel rapporto viene indicata l’introduzione di un permesso per «radicamento sociale», destinato a riconoscere chi ha costruito relazioni e percorsi solidi in Italia. Caritas e Migrantes chiedono anche più risorse per il Fondo nazionale per le politiche migratorie, così da evitare che un problema amministrativo annulli anni di lavoro e inserimento sociale.

Tra i “Dieci impegni urgenti” figurano il rafforzamento delle garanzie sui diritti umani nelle politiche di controllo esternalizzato, un controllo indipendente sull’applicazione del Patto europeo su migrazione e asilo e l’ampliamento dei corridoi umanitari per studio e lavoro. Vengono inoltre sollecitati una riforma della cittadinanza per i giovani cresciuti in Italia, il contrasto alle differenze salariali e procedure più semplici per il riconoscimento dei titoli di studio.

Le due organizzazioni chiedono infine dati pubblici più aggiornati e facilmente consultabili. La disponibilità incompleta delle informazioni richieste ai ministeri dell’Interno e dell’Istruzione e del Merito, sottolineano, ha impedito di aggiornare alcuni indicatori e di descrivere con piena precisione i cambiamenti più recenti nei flussi e nella composizione della popolazione straniera.


Scuola e casa, le altre fratture

Le disuguaglianze coinvolgono anche le nuove generazioni. Tra i giovani di origine migratoria il 30% non studia e non lavora, contro il 17% del gruppo di confronto; restano inoltre differenze nei risultati scolastici e un rischio più elevato di abbandono degli studi.

La casa rappresenta un ulteriore ostacolo all’autonomia. Nel confronto europeo citato dal rapporto, più di un cittadino non comunitario su tre vive in un’abitazione sovraffollata, mentre tra i cittadini nazionali la quota è intorno al 14%. Nel frattempo la popolazione straniera invecchia: le persone con almeno 65 anni sono 381.209, il 6,9% dei residenti stranieri, rispetto al 3,7% di dieci anni fa. Cresce quindi la necessità di assistenza, cure e soluzioni abitative stabili.

Il rapporto invita a considerare i confini anche oltre le frontiere geografiche: si riproducono nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle abitazioni e nell’accesso ai diritti. La distinzione proposta è tra il limite che separa e una frontiera capace di creare relazione. Come ricordano Caritas e Migrantes, «prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone».

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