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Attualità 3 min di lettura2 ore fa

Giovani in piazza: reprimere non basta, il disagio resta

Gli scontri non cancellano le responsabilità di chi agisce con violenza, ma impongono di capire perché tanti ragazzi non vedano più un futuro possibile.

Il silenzio nelle piazze non sarebbe una soluzione, così come la forza può contenere un’esplosione senza spegnere ciò che l’ha provocata. La questione decisiva è capire se si voglia soltanto fermare il disordine o affrontare la perdita di fiducia che spinge molti giovani a non credere più nel domani.

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La rabbia non nasce negli scontri

Per una società è inquietante accorgersi delle nuove generazioni quasi esclusivamente quando protestano. Da Parigi a Milano, passando per Tirana e Bruxelles, le mobilitazioni legate alla scuola e all’università mostrano un malessere che precede di molto gli episodi di strada e non può essere liquidato come una semplice emergenza di ordine pubblico.

Le scene di devastazione, però, non possono essere giustificate dal disagio. Dare fuoco ai cassonetti, danneggiare i negozi o colpire gli agenti significa commettere atti di violenza, distinti da una manifestazione pacifica, e comporta responsabilità personali secondo la legge. Né la collera né la disperazione possono cancellare le conseguenze delle proprie azioni.


Il futuro appare sempre più lontano

Il problema è che la condanna dei responsabili, se resta l’unica risposta, evita la domanda più difficile: che cosa alimenta una simile aggressività? Solitudine, sofferenza psicologica, senso di esclusione e frustrazione possono intrecciarsi con la percezione di vivere in una società che annuncia possibilità per tutti, ma riserva vantaggi soprattutto a pochi.

Famiglie e istituti scolastici spesso affrontano difficoltà crescenti; il lavoro è instabile, i guadagni non bastano e il costo delle abitazioni rende l’autonomia sempre più difficile. Quando studiare non sembra aprire una strada sicura e l’impegno non garantisce risultati, la fiducia nelle istituzioni si indebolisce. Non esiste una causa valida per ogni caso, né una formula capace di risolvere tutto, ma ignorare questi segnali significa rinunciare a comprendere il fenomeno.

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Educare oltre la repressione

C’è anche un contrasto evidente tra i modelli proposti e gli strumenti disponibili. Il successo viene spesso associato al denaro, ai consumi, alla notorietà e al possesso, mentre ricevono meno attenzione la cultura, la capacità di ragionare, la partecipazione e l’educazione alle relazioni. Le aspettative aumentano proprio quando le occasioni concrete si restringono, e questa distanza può trasformare la delusione in risentimento.

A rendere tutto più grave contribuisce un contesto nel quale il dialogo appare fragile: i conflitti internazionali vengono affrontati con le armi e la prepotenza sembra talvolta prevalere sul diritto, mentre crimini gravissimi restano senza una risposta adeguata. Se voto, studio, confronto e impegno civile vengono percepiti come inutili, la protesta rischia di perdere il proprio significato politico e di diventare distruzione priva di obiettivi.


Sicurezza e responsabilità condivise

Le istituzioni devono garantire l’incolumità delle persone e perseguire gli illeciti, ma gli scontri non possono diventare il pretesto per evitare ogni riflessione. Anche famiglie, scuola, mezzi di informazione e società nel loro insieme sono chiamati a interrogarsi sugli esempi trasmessi e sugli strumenti offerti ai ragazzi per affrontare i conflitti.

Intervenire contro i comportamenti illegali è indispensabile, così come lo è rafforzare istruzione, sostegno psicologico, opportunità e mobilità sociale. Senza questo secondo impegno, l’ordine ristabilito rischia di essere soltanto temporaneo: sotto una superficie apparentemente calma potrebbe restare un disagio pronto a riemergere.

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