Giovani in piazza, 300mila minori poveri: l’accusa alla politica
Dietro la condanna delle violenze restano irrisolte emergenze come sfratti, precarietà, abitazioni inaccessibili e scuole insicure che colpiscono soprattutto i più giovani.
Le nuove generazioni sono scese in strada contro il costo della vita, gli affitti troppo alti e un modello urbano fondato su precarietà e lavoro sottopagato. Per anni erano state descritte come apatiche e dipendenti dagli influencer; ora mostrano rabbia e partecipazione, anche quando scelgono forme di protesta sbagliate. Ascoltarle, però, dovrebbe prevalere sulla risposta puramente repressiva.
Il dissenso giovanile non nasce nel vuoto. Se a una persona si prospetta un futuro da precaria, con salari insufficienti, oppure la possibilità di essere mandata in guerra, mentre la povertà impedisce persino di costruirsi una formazione, il rischio di una reazione esasperata diventa concreto. La politica ha condannato gli episodi di violenza, ma non ha ancora offerto una risposta altrettanto visibile alle condizioni sociali che alimentano il malessere.
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La repressione non basta
Il Consiglio dei ministri si è riunito anche in relazione agli episodi di violenza, ma l’esito indicato è stato il ricorso a nuove misure repressive e a pene detentive più severe. Non risultano, invece, provvedimenti di analoga forza rivolti alle situazioni di disagio che riguardano casa, reddito, lavoro e istruzione.
Nel dibattito pubblico trovano spazio le leggi elettorali, le primarie e perfino interventi sul bollo auto, con un costo indicato in 2,3 miliardi di euro. Manca, secondo questa critica, una proposta capace di indicare ai giovani un orizzonte diverso dalla precarietà permanente e dall’impoverimento.
Case negate a migliaia di famiglie
Ogni anno circa 20.000 nuclei familiari arrivano allo sfratto esecutivo senza disporre di una soluzione abitativa alternativa. Tra le persone costrette a lasciare casa ci sono almeno 8.000-10.000 minori, compresi bambini con disabilità o che necessitano di cure. In molti casi, il volto dello Stato che incontrano è quello degli agenti incaricati di eseguire lo sgombero.
La situazione coinvolge anche chi vive già in condizioni di povertà assoluta. In Italia le famiglie in questa condizione sono circa un milione e, al loro interno, si contano 300.000 minori che abitano in affitto. Quando 400.000 famiglie hanno perso il reddito di cittadinanza, è venuto meno anche il contributo per l’affitto da 280 euro al mese: una decisione sulla quale, viene osservato, non si è levata la stessa indignazione riservata ad altri temi.
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Sfratti e scuola, diritti esposti
L’allontanamento da casa durante l’anno scolastico può interrompere la frequenza e compromettere il diritto all’istruzione, tutelato dalla Costituzione insieme alla proprietà privata. Eppure non si ricordano analoghe campagne pubbliche di denuncia da parte di esponenti politici di schieramenti diversi.
Un altro capitolo riguarda le abitazioni sottoposte a esproprio: nel solo anno scorso sarebbero state 75.000. Secondo i dati richiamati, nel 60% dei casi si tratta di famiglie composte da lavoratori o pensionati che non sono riusciti a sostenere le rate del mutuo. Anche per i minori coinvolti in queste vicende, resta aperta la domanda su quale tutela concreta venga garantita.
La stessa attenzione viene invocata per gli edifici scolastici fatiscenti, talvolta privi di impianti di climatizzazione e di adeguate misure antincendio. In più occasioni le leggi di bilancio hanno rinviato persino l’obbligo di installare gli estintori, mentre la denuncia politica di queste forme di disagio sociale è rimasta marginale.
Di fronte a sfratti, espropri, povertà abitativa e scuole insicure, la critica riguarda quindi l’assenza di una presa di posizione forte da parte di presidenti del Consiglio, ministri, presidenti di Regione, sindaci e parlamentari. La condanna delle violenze giovanili viene considerata necessaria, ma insufficiente se non è accompagnata da interventi che rimuovano le condizioni di esclusione.
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