Munizioni in calo, Trump prepara il dopo Netanyahu: cosa può accadere
Il presidente statunitense ammette difficoltà nelle scorte militari, non esclude nuovi attacchi contro l’Iran e apre a un possibile rapporto con Eisenkot.
La guerra ha ridotto la disponibilità americana di alcune munizioni e Donald Trump ammette che gli arsenali non sono uniformemente riforniti. Il presidente sostiene però che nuovi accordi industriali permetteranno di aumentare la produzione dei sistemi di difesa e di ricostituire le scorte.
Lo sguardo della Casa Bianca resta intanto rivolto a Teheran. Trump non esclude un’escalation dopo le elezioni di metà mandato di novembre, nel caso in cui i negoziati non portino a un’intesa giudicata soddisfacente.
Gli arsenali americani da ricostituire
«Alcuni tipi di munizioni sono un po’ più scarsi di altri», ha riconosciuto Trump nell’intervista concessa a Time. Il presidente ha spiegato di aver coinvolto importanti aziende della difesa, tra cui Raytheon e Lockheed Martin, per recuperare capacità produttiva.
Secondo Trump, sono già in corso piani per realizzare quattro, cinque o sei nuovi impianti. L’obiettivo indicato è rafforzare la fabbricazione dei sistemi Patriot e Thaad, così da ampliare la disponibilità di armamenti destinati alla difesa aerea.
Teheran resta nel mirino
Il presidente americano ha rivendicato l’effetto delle operazioni militari contro l’Iran, ma ha anche lasciato intendere che la campagna potrebbe proseguire con maggiore intensità. L’eventuale decisione dipenderebbe dall’assenza di un accordo con Teheran dopo il voto di novembre.
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«Annientando l’Iran, abbiamo creato la pace nel mondo», ha affermato Trump, aggiungendo di non ritenere possibile una pace stabile con l’attuale regime iraniano. Time riferisce che, in mancanza di un’intesa, l’amministrazione potrebbe valutare bombardamenti più pesanti una volta superato l’appuntamento elettorale.
Eisenkot resta un’opzione aperta
Sul futuro politico di Israele, Trump non ha espresso un sostegno esplicito alla possibile rielezione di Benjamin Netanyahu. Alla domanda sulla possibilità di una collaborazione più efficace con Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e principale sfidante del premier, ha risposto: «Beh, non lo so. Non sento dire cose negative su di lui».
La cautela del presidente arriva mentre, secondo un alto esponente dell’amministrazione citato da Time, il rapporto con Netanyahu sarebbe diventato più difficile negli ultimi mesi. Fonti statunitensi sostengono che il premier israeliano abbia favorito il coinvolgimento di Trump nel conflitto con Teheran e abbia poi complicato gli sforzi per fermarlo, anche autorizzando attacchi contro obiettivi di Hezbollah in Libano nonostante la richiesta americana di evitarli.
Trump ha inoltre respinto l’ipotesi che Netanyahu fosse stato informato in anticipo da Egitto o Emirati Arabi Uniti dell’attacco di Hamas del 7 ottobre. A suo giudizio, se avesse ricevuto un avvertimento, il premier avrebbe reagito almeno mettendo in allerta le proprie forze.
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