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Attualità 4 min di lettura13 ott

Minori e tribunali: la svolta degli psicologi contro l’alienazione parentale

Il Comitato Pari Opportunità del CNOP chiede al ministro Nordio garanzie più rigorose per i minori e l’esclusione del costrutto dalle consulenze giudiziarie.

La richiesta del Comitato Pari Opportunità del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi arriva dopo anni di denunce sulle conseguenze dell’uso dell’alienazione parentale nei procedimenti riguardanti i figli. In una lettera inviata il 6 ottobre 2026 al ministro della Giustizia Carlo Nordio, Maria Antonietta Gulino e Francesca Schir sollecitano una revisione delle prassi adottate nelle consulenze e negli interventi disposti dai tribunali.

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Il CNOP chiede nuove garanzie

Il documento, firmato dalla presidente del CNOP Maria Antonietta Gulino e dalla coordinatrice del Comitato Pari Opportunità Francesca Schir, mette in discussione l’impiego di questo costrutto nelle valutazioni tecniche e nella formazione degli psicologi. Tra le richieste figura lo stop alle riunificazioni forzate tra minori e genitori, insieme a procedure più trasparenti per verificare le condizioni familiari.

Il Comitato propone inoltre che i colloqui tra consulenti tecnici e bambini siano sempre videoregistrati e inseriti negli atti, con una tutela analoga a quella prevista per l’ascolto condotto dal giudice. Nella lettera si chiede anche di non considerare la paura verso un genitore violento come un problema psicologico da correggere. L’obiettivo dichiarato è impedire che la formazione professionale legittimi la PAS o teorie analoghe.


Quando la paura diventa una colpa

Il nodo riguarda soprattutto i casi in cui la denuncia di maltrattamenti viene letta come prova di una manipolazione materna. In simili situazioni, la donna può essere descritta come vendicativa o incapace di favorire il rapporto tra il figlio e l’altro genitore, mentre le parole del minore rischiano di essere attribuite a influenze esterne anziché esaminate nel merito.

Secondo le critiche raccolte negli anni da professioniste, ricercatrici, attiviste e organismi internazionali, questo approccio può spostare il centro dell’indagine: dalla violenza segnalata ai sentimenti della madre nei confronti dell’ex compagno. Alcune consulenze arriverebbero così a chiedere alle vittime di mostrarsi benevole verso uomini accusati di averle maltrattate, con un possibile rovesciamento tra responsabilità e vittimizzazione.

Il termine “madrectomia”, utilizzato in alcuni ambienti vicini alla PAS, descrive in modo particolarmente drastico l’esclusione della madre dalla vita dei figli. La parola richiama l’idea di eliminare una presenza considerata dannosa, mentre il problema centrale dovrebbe essere l’accertamento concreto delle ragioni per cui un bambino rifiuta o teme un genitore.


Le evidenze contro la diagnosi

L’Organizzazione mondiale della sanità non ha inserito l’alienazione parentale tra le diagnosi dell’ICD-11 e chiarisce che l’espressione viene impiegata soprattutto in ambito giudiziario, senza identificare una patologia. Anche il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, nelle versioni DSM-5 e DSM-5-TR dell’American Psychiatric Association, non riconosce una sindrome da alienazione parentale.

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Una ricerca dell’Università di Oxford, condotta da Shazia Choudhry in sei Paesi europei, ha esaminato la risposta della giustizia familiare agli abusi domestici. Lo studio ha evidenziato il rischio che le accuse di violenza vengano accantonate per concentrarsi su concetti privi di un riconoscimento scientifico condiviso. Tre ricerche di Women’s Aid hanno inoltre collegato l’uso della teoria dell’alienazione genitoriale a vicende in cui 67 bambini sono stati uccisi nell’arco di 30 anni dopo essere stati avvicinati a genitori accusati di violenze.

La riforma Cartabia avrebbe dovuto rafforzare la protezione delle donne che denunciano abusi e dei minori esposti a violenza assistita o diretta. Secondo quanto sostenuto nel testo, quel risultato non è stato raggiunto.


Una vicenda già al centro del dibattito

Giornaliste e attiviste hanno contribuito a documentare le conseguenze di queste pratiche. Tra i lavori citati c’è il podcast “Per il tuo bene. La storia dei quattro fratelli di Cuneo”, realizzato da Livia Zancaner per Radio 24 e Il Sole 24 Ore, dedicato all’allontanamento di quattro fratelli dalla famiglia d’origine e alle decisioni che ne hanno segnato il percorso.

Nel 2022 è stato pubblicato anche “Senza madre. Storie di figli sottratti dallo Stato”, libro-inchiesta che riunisce testimonianze, documenti e riflessioni sulla cosiddetta vittimizzazione istituzionale delle donne che denunciano violenze. Il volume ricorda, tra gli altri, i casi di Federico Barakat, Gloria Danho, Davide e Andrea Iacovone e Daniele Paitoni, bambini uccisi da padri violenti secondo una ricostruzione che attribuisce alle istituzioni una tutela insufficiente dei rischi legati alla bigenitorialità.

La presa di posizione del CNOP potrebbe provocare la reazione dei professionisti che continuano a utilizzare il costrutto nelle consulenze d’ufficio o di parte, tra cui Giovanni Lopez e Giovanni Battista Camerini. Una nota del Protocollo di Napoli osserva che, se l’alienazione parentale non è una categoria sanitaria né un disturbo riconosciuto, occorre chiarire su quali basi gli specialisti possano proporre interventi psicologici o psicoeducativi destinati a modificarla.

Il passaggio chiesto dal Comitato Pari Opportunità riguarda quindi sia la formazione sia il funzionamento concreto dei procedimenti. La questione, come sintetizzato nella lettera, è evitare che “la paura verso un genitore violento venga trattata come un sintomo da correggere o riparare”. Ora il confronto si sposta sulle garanzie che i tribunali saranno disposti ad adottare per ascoltare i minori e valutare senza scorciatoie le denunce di violenza.

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