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Attualità 3 min di lettura2 ore fa

Minacce a Marcelli: la bara, le accuse e il caso politico

Un messaggio funebre ricevuto dall’autore riaccende il tema delle intimidazioni legate alle sue posizioni sulla Palestina e delle responsabilità attribuite alle istituzioni.

Un messaggio telefonico dal tono macabro ha spinto Marcelli a rivolgersi alle forze dell’ordine. L’autore collega l’intimidazione al proprio impegno pubblico a sostegno della causa palestinese e denuncia un clima che, a suo giudizio, favorirebbe gli estremisti e reprimerebbe invece chi critica le politiche di Israele.


La minaccia e l’allarme dell’autore

«Qui l’agenzia di pompe funebri. Volevamo avvisare il signor Marcelli che la bara è pronta». È il testo ricevuto, secondo il suo racconto, giovedì 8 ottobre intorno alle 12.30. Marcelli riferisce di avere informato immediatamente le autorità, descrivendo gli operatori intervenuti come disponibili e professionali.

Non indica con certezza i responsabili, ma ritiene che il messaggio possa essere collegato alle sue iniziative in difesa dei palestinesi e alle accuse rivolte a Israele. Nella sua ricostruzione, a Roma si sarebbe consolidata una forma di intimidazione organizzata, fatta di aggressioni, attentati e minacce. Per questo chiede che il fenomeno non venga considerato marginale e avverte del rischio che episodi simili possano degenerare.


Le accuse rivolte al governo

Nel mirino finiscono anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. Marcelli sostiene che le istituzioni stiano concentrando le proprie iniziative sui contestatori delle politiche israeliane, limitando libertà di espressione e informazione, mentre non interverrebbero con la stessa determinazione contro gli autori delle intimidazioni.

A sostegno della propria denuncia cita il caso di Eitan Bondi, ventunenne indicato come autore confesso della sparatoria del 25 aprile, che secondo Marcelli avrebbe trascorso soltanto alcuni giorni agli arresti domiciliari. L’autore sostiene inoltre che nomi e indirizzi degli ambienti ritenuti responsabili siano già conosciuti da Digos e Carabinieri, ma precisa che, a suo avviso, non sarebbero stati adottati provvedimenti adeguati.

Marcelli mette questa presunta disparità in rapporto anche alla vicenda giudiziaria di Mohammed Hannum e di altri palestinesi, ancora detenuti sulla base di accuse che, secondo la sua versione, si fonderebbero in larga parte su materiali riconducibili al governo israeliano. Nella stessa prospettiva inserisce le contestazioni rivolte a Piantedosi e al ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara per le misure adottate, a suo dire, contro studenti, insegnanti e cittadini critici verso Israele.

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Dalla denuncia interna alla politica estera

La vicenda viene poi collegata alla politica internazionale del governo italiano. Marcelli afferma di avere denunciato alla Procura di Roma e alla Corte penale internazionale quella che considera una forma di complicità dell’Italia con le operazioni israeliane. Tra gli episodi richiamati c’è il rifiuto attribuito alle Dogane di rendere pubblici natura, quantità e destinazione del materiale bellico transitato dal porto di Ravenna o da altri scali italiani.

Nel suo ragionamento, l’esecutivo sarebbe coinvolto anche nel sostegno militare e finanziario all’Ucraina guidata da Volodymyr Zelensky e nell’invio di contingenti destinati, secondo lui, a rafforzare il governo saudita sotto pressione per la controffensiva yemenita. Sono giudizi politici espressi dall’autore, che interpreta queste scelte come parte di una strategia capace di alimentare conflitti oltre il fronte palestinese.

Sul futuro di Israele, Marcelli prevede invece l’emergere di nuove pressioni interne e internazionali. Ritiene che i partiti arabi possano avere un peso decisivo nella prossima legislatura e ipotizza che un eventuale governo guidato da Benny Gantz, da Gadi Eisenkot o da altri esponenti debba confrontarsi con una situazione sempre più complessa. A suo parere, questo potrebbe aprire uno spazio per una soluzione fondata sul diritto internazionale e sulla convivenza nella regione.


La distinzione tra Israele ed ebraismo

Nella parte finale del suo intervento, Marcelli separa le critiche allo Stato israeliano dal giudizio sulla cultura ebraica e sulle comunità ebraiche. Dice di considerarle componenti importanti della storia e del patrimonio dell’umanità, ma sostiene che tale identità non debba essere utilizzata per sostenere le decisioni di un governo che egli definisce responsabile di crimini e violazioni.

La prospettiva indicata è quella di uno Stato israeliano privo delle politiche di Benjamin Netanyahu e dei gruppi accusati di suprematismo, nel quale ebrei, arabi, drusi e altre comunità possano convivere. Marcelli considera questo scenario difficile, ma lo indica come un obiettivo da perseguire attraverso il ripudio della politica estera attribuita all’esecutivo italiano e il richiamo ai principi della Carta delle Nazioni Unite e della Costituzione italiana.

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