Milano, quei saccheggi non sono “esproprio proletario”: ecco perché
Il video del Movimento 17 ottobre rilancia un’etichetta storica, ma le devastazioni milanesi hanno caratteristiche molto diverse dalle azioni politiche del passato.
La definizione scelta dal neonato Movimento 17 ottobre per accompagnare un video sui disordini milanesi è destinata a far discutere: alcuni giovani mostrano parte della merce sottratta durante i saccheggi e la consegnano a un senzatetto, mentre il titolo del filmato parla di “esproprio proletario”. L’espressione, però, appartiene a una storia politica precisa e non sembra descrivere quanto accaduto nelle strade della città.
GioiaPura
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Un’etichetta che non corrisponde ai fatti
I ragazzi fermati dopo le devastazioni sono stati portati in Questura, dove alcuni genitori li attendevano per riportarli a casa. La loro età rende già difficile accostarli alle esperienze militanti degli anni Sessanta e Settanta; soprattutto, nei saccheggi milanesi non emergono né una strategia politica né un’organizzazione paragonabile a quelle che caratterizzarono l’esproprio proletario storico.
La locuzione nacque nel 1965 all’interno del movimento uruguaiano dei Tupamaros. Alla fine di quel decennio fu adottata anche dai militanti della Rote Armee Fraktion, conosciuta come gruppo Baader-Meinhof, con l’obiettivo di procurare risorse alle rispettive attività terroristiche. Non si trattava, quindi, di un semplice furto collettivo, ma di una pratica inserita in un progetto politico strutturato.
Dalla guerriglia alle lotte italiane
Tra i teorici dell’azione figura Carlos Marighella, guerrigliero brasiliano nato nel 1911 e morto nel 1969. Fu deputato federale per circa due anni e in seguito venne ucciso dalla polizia durante la dittatura militare; nel suo “Piccolo manuale della guerriglia urbana” l’esproprio veniva presentato come uno strumento della lotta armata.
In Italia il termine si diffuse negli anni Settanta tra formazioni della sinistra extraparlamentare, che lo collegavano alla cosiddetta riappropriazione operaia. Negozi, supermercati e librerie potevano diventare bersagli di iniziative collettive, ma spesso la merce veniva destinata ai quartieri più poveri. Anche le autoriduzioni e le azioni del movimento del 1977 si inserivano in una cornice ideologica riconoscibile.
Un episodio avvenuto a Roma il 6 novembre 2004 aiuta a capire la differenza. Centri sociali e cosiddetti disobbedienti organizzarono una “spesa proletaria” al centro commerciale Panorama di Pietralata e alla libreria Feltrinelli di Largo Argentina. L’iniziativa, presentata come protesta contro l’aumento dei prezzi, fu descritta dal manifesto del 23 gennaio 2007 come una forma di autoriduzione pensata per richiamare l’attenzione pubblica. I partecipanti furono poi assolti e, in quell’occasione, tra gli articoli presi c’erano anche libri.
Il precedente delle rivolte americane
Un altro paragone storico riguarda le devastazioni statunitensi del 1971, nate in un contesto segnato dai tagli alle politiche sociali e dalla povertà. Leo Essen raccontò su Magazzino, il primo gennaio 1979, una rivolta durante la quale gruppi di giovani distrussero vetrine e saccheggiarono negozi. Secondo il suo resoconto, i partecipanti agivano senza un coordinamento unitario, ma seguivano modalità simili e in alcuni casi apparivano organizzati.
Le incursioni interessarono quartieri come Harlem, il Bronx, Bushwick, Bedford-Stuyvesant e Jamaica Queens, abitati da comunità nere, portoricane, centroamericane e ispanoamericane. In uno showroom Pontiac del Bronx, riferiva Essen, furono addirittura portate via 50 automobili nuove, per un valore complessivo di 250 mila dollari. Un episodio di questa portata mostra quanto fosse diverso il contesto sociale rispetto alla scena milanese evocata dal video.
A Milano resta la logica del caos
Le immagini girate in via Torino mostrano una sequenza di assalti ai negozi senza una finalità politica dichiarata. Per quasi 20 minuti, secondo la ricostruzione del testo, in quella zona non si sarebbero visti agenti, mentre i contingenti erano concentrati nella vicina piazza Duomo. Il risultato fu una razzia generalizzata, con giovani intenti a portare via prodotti di vario tipo.
Tra i negozi colpiti viene citato anche un supermercato Carrefour. Nella stessa area furono danneggiati esercizi di abbigliamento e calzature di fascia alta, mentre alla Feltrinelli di Torino le immagini non avrebbero mostrato ragazzi interessati ai libri, ma piuttosto ai capi firmati e alle scarpe costose. Il testo ricorda inoltre che negli anni Settanta una libreria considerata vicina alla sinistra difficilmente sarebbe stata trattata come un bersaglio casuale.
Il quadro sociale odierno resta comunque segnato dall’aumento delle disuguaglianze. Dati di Eurostat e della Banca centrale europea, ripresi dal Corriere della Sera, indicano che negli ultimi 15 anni la quota di ricchezza finanziaria e immobiliare detenuta dal 5% più ricco delle famiglie italiane è passata da meno del 40% a oltre la metà del totale. La crescita della povertà e le difficoltà dei ceti medi costituiscono il contesto economico, ma non trasformano automaticamente ogni saccheggio in un esproprio proletario.
Nella scena finale ricordata dal racconto compare anche un anziano che, durante la fuga, si sarebbe allontanato con due bottiglie di liquore. Poco distante passava un autobus turistico rosso a due piani, mentre le telecamere riprendevano il caos. Un’immagine surreale che restituisce l’impressione di una devastazione improvvisata, assai lontana dalla pratica politica organizzata a cui quella definizione si riferisce.
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