Milano, la paura dei ragazzi: «Così ci stanno lasciando indietro»
Tra affitti proibitivi, salari fermi e scuole in difficoltà, le voci raccolte nelle piazze milanesi raccontano una generazione schiacciata dall’incertezza e dalla rabbia.
Il timore di non riuscire a costruirsi una vita attraversa le testimonianze dei ragazzi scesi in strada a Milano il 17 e 18 ottobre. Dietro la contrapposizione tra cortei pacifici e devastazioni, emerge un disagio più ampio: molti giovani descrivono un futuro privo di garanzie, in una città dove abitare, studiare e lavorare è diventato sempre più difficile.
Le proteste hanno riunito studenti, lavoratori e insegnanti, ma anche gruppi privi di un’appartenenza politica definita. La rabbia non spiega da sola gli episodi di violenza, ma secondo diversi partecipanti ignorare le condizioni sociali che l’alimentano significa fermarsi alla superficie del problema.
GioiaPura
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La città che espelle i più fragili
Milano in Movimento, piattaforma indipendente impegnata sulle vicende dei movimenti sociali milanesi, descrive una metropoli trasformata in vetrina per il turismo di lusso. Il centro si è arricchito e molte persone sono state spinte verso le periferie, mentre i prezzi delle abitazioni e i controlli nelle cosiddette zone rosse rendono sempre più difficile vivere e attraversare alcune aree della città.
Secondo la stessa realtà, le proteste nascono da un’esperienza quotidiana di esclusione. Gli scandali legati al settore immobiliare avrebbero reso evidente la privatizzazione degli spazi urbani, con conseguenze ancora più pesanti per le persone razzializzate. In questo clima cresce la paura di restare esclusi e di non trovare una direzione per il proprio futuro.
Una piazza senza regia unica
L’iniziativa Italia in Piazza è partita sui social da una ragazza di Roma, Ludovica, che ha creato una rete poi sviluppatasi in diverse città. A Milano, Gaia, 16 anni e tra le organizzatrici, racconta che il gruppo voleva portare all’attenzione il costo della vita, la scuola, la sanità, gli stipendi e gli affitti.
L’obiettivo iniziale era un corteo aperto, pacifico e senza simboli di partito. «La rabbia ce l’avevamo dentro anche noi, ma la violenza è nata in un altro modo», spiega Gaia, ricordando che il percorso era partito da Piazza Duomo e che in seguito si erano aggiunti altri gruppi, poi coinvolti negli scontri con la polizia.
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Il disagio oltre gli slogan
La mobilitazione, secondo chi l’ha osservata, non aveva un’unica cabina di regia né una rivendicazione condivisa da tutti. La convocazione è stata anonima e collettiva; nelle strade si sono incontrate persone lontane tra loro, accomunate soprattutto dalla stanchezza e dalla volontà di reagire. Tra i temi più presenti figurano l’aumento delle spese quotidiane, i salari invariati da trent’anni, i finanziamenti insufficienti per l’istruzione, il limite agli studenti stranieri nelle classi, il blocco dell’ascensore sociale, il riarmo europeo e la crisi umanitaria in Palestina.
Un redattore di Milano in Movimento collega questa saldatura generazionale all’opposizione verso l’attuale governo e alle mobilitazioni per Gaza, indicate come una delle prime fratture nel consenso politico. Le richieste, inoltre, ricordano quelle emerse in Francia, Serbia, Spagna, Brasile, Cile e India: contesti diversi, ma segnati dalla fatica di una generazione che si sente privata di prospettive.
La rabbia entra nelle scuole
Francesco, docente in un istituto secondario della periferia milanese, parla di ragazzi cresciuti dentro promesse che vengono continuamente disattese. «Cresci dicendo che diventerai un calciatore o un rapper e poi non diventi nulla di tutto questo», osserva, collegando la frustrazione alle difficoltà economiche e familiari vissute da molti studenti.
A scuola, racconta l’insegnante, incontra adolescenti alle prese con precarietà abitativa e lavorativa, problemi economici, episodi di violenza domestica e traumi legati alle migrazioni. La rabbia può allora assumere forme diverse: anche il modo festoso e collettivo con cui alcuni giovani partecipano alle proteste straniere viene letto come un tentativo di liberarsi, almeno per un momento, da oppressione e sofferenza.
Ridurre tutto agli scontri, concludono i partecipanti, impedisce di vedere il terreno da cui quelle tensioni prendono forma. Le violenze restano da analizzare, ma nelle piazze milanesi si è manifestata anche una domanda più profonda: come costruire un futuro in una città che offre opportunità soprattutto a chi può già permettersele.
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