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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Milano, la luce di Chiaramonte torna in mostra

Viasaterna espone 75 opere tra neon, paesaggi e immagini realizzate a Villa Panza

A Milano, Viasaterna presenta Alight, la mostra monografica dedicata a Giovanni Chiaramonte. Il percorso riunisce 75 fotografie e segue il rapporto tra luce, ombra e immagine nella ricerca dell’autore.

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Il percorso tra luce e ombra

Curata da Luca Fiore insieme agli Archivi Giovanni Chiaramonte, fondati recentemente dai figli del fotografo, l’esposizione mette in relazione lavori realizzati tra il 1974 e il 2001. Le immagini provengono da serie e libri come Terra del ritorno, Penisola delle figure, Westwards e Dolce è la luce, oltre che da Paesaggio italiano, in parte ancora inedito.

Il nucleo centrale accosta le fotografie per dittici e trittici. Ricorrono le ombre di alberi e palazzi sui muri, i raggi che attraversano gli interni, le colonne di Segesta, Berlino e Atene, insieme a luoghi lontani come Mobile, Alabama, Miami e Gerusalemme. A Geraci Siculo, legato alle radici familiari dell’autore, il verde acceso contrasta con la tavolozza calda che domina molte delle altre opere.

In un gruppo di immagini, Chiaramonte osserva il mondo dall’interno dell’Orco di Bomarzo, come se si trovasse nel fondo della caverna di Platone. Accanto compare un autoritratto inedito costruito sulla propria ombra. «Il fotografo agisce nell’ombra e vede le forme del mondo delinearsi come proiezioni della luce», spiega Fiore, collegando il lavoro dell’artista all’idea teologica della Grazia.


La serie dei neon

All’ingresso della galleria è esposta la palma luminosa che Chiaramonte vide dal finestrino di un autobus durante una sera piovosa, a metà degli anni Settanta. Quell’apparizione fu all’origine di La Creazione/Neon, sequenza realizzata tra il 1974 e il 1975 e presentata alla Galleria d’Arte Moderna di Modena l’11 maggio 1975.

Le insegne furono fotografate con il teleobiettivo, regolando l’esposizione sulla luce dei tubi. Il progetto procede come una rilettura della Genesi: dal primo segno luminoso passa agli astri, al sole, alla vegetazione, agli animali, all’uomo e alla donna, per arrivare agli oggetti attraverso i quali l’umanità utilizza luce ed energia.

Per l’autore, tuttavia, quei neon rappresentavano «segnali di una civiltà che ha perso il senso del mistero della vita». Dopo il 1975 Chiaramonte interruppe il lavoro e attraversò più di tre anni di silenzio e ricerca. Nel 1979 Arturo Carlo Quintavalle inserì la serie nell’Enciclopedia pratica per fotografare di Fabbri, accostandola a Dan Flavin.

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Le immagini furono recuperate nel 2016 a partire dalle diapositive da 35 millimetri. Con lo stampatore Mario Govino, Chiaramonte le digitalizzò e le trasferì su carta a getto d’inchiostro, ottenendo una maggiore ricchezza nelle ombre rispetto alle stampe Cibachrome. Delle diapositive rimaste, 35 sono firmate ed esposte per la prima volta come un’opera unica.


Villa Panza e la camera oscura

La sezione conclusiva presenta 13 fotografie della serie Di-Stanze, realizzata nel 2001 a Villa Panza di Biumo, a Varese. Giuseppe Panza aveva invitato Chiaramonte a documentare gli ambienti della collezione, ma il fotografo trasformò l’incarico in una lettura critica della villa, del parco e delle installazioni.

Nelle ex scuderie, tra le opere di Dan Flavin, notò piccoli fori nelle pareti. Le finestre esterne erano state coperte da specchi e gli ambienti funzionavano così come camere oscure. Quando i neon vennero spenti, il paesaggio apparve capovolto sulla parete opposta, proiettato attraverso quelle aperture.

La scoperta, raccontata nel 2002 nel saggio fotografico La sindrome di Varese, riporta la fotografia dentro spazi concepiti per ridurre al minimo il riferimento al mondo esterno. Anche nelle opere di Robert Irwin e James Turrell ricompaiono i temi delle sale precedenti, mentre nella Varese Room di Maria Nordman una sottile lama luminosa richiama il segno che apre La Creazione.

L’allestimento costruisce continui rimandi fra le stanze: le geometrie delle cementine ricompaiono altrove, un’immagine collega due corridoi e il verde di un passaggio di Villa Panza si distende fino al pavimento in fasce regolari. La mostra termina così nello stesso punto da cui era partita: la luce diventa forma, memoria e possibilità di vedere.

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