Milano, il carcere ai minori può aggravare proprio l’emergenza
Il nuovo approccio punitivo agli scontri rischia di trasformare una risposta alla violenza in un danno educativo e sociale ancora più grave.
La domanda non è soltanto se chi devasta o aggredisce debba essere punito. Il punto è capire quale conseguenza produca la scelta di mandare in carcere adolescenti coinvolti nelle proteste violente di Milano. La linea adottata dal governo Meloni, basata sull’inasprimento delle pene, rischia di creare un problema più grande di quello che intende risolvere.
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La deterrenza non basta con i minori
Il cosiddetto pacchetto Sicurezza introduce un nuovo reato legato alla partecipazione violenta a una manifestazione, con una pena che può arrivare a cinque anni di carcere. Le conseguenze possono diventare più pesanti in caso di volto coperto o per chi viene considerato organizzatore della protesta. La misura riguarda anche la fascia compresa tra i 14 e i 18 anni, mentre il dibattito pubblico ha coinvolto ragazzi ancora più giovani.
L’impianto del provvedimento riprende l’idea secondo cui il crimine sarebbe il risultato di un calcolo tra vantaggi e rischi. Se il prezzo da pagare aumenta, secondo questa impostazione, dovrebbe diminuire la tentazione di commettere un reato. La teoria associata all’economista statunitense Gary Becker, premiato con il Nobel nel 1992, è stata però ampiamente ridimensionata dagli studi sul comportamento criminale. La sua semplicità, non la sua solidità, continua a renderla efficace nel dibattito politico.
Applicarla agli adolescenti appare ancora più problematico. Un ragazzo che agisce in gruppo, spinto dall’eccitazione o dalla rabbia, difficilmente valuta con lucidità una pena futura di cinque anni. Pensare che basti aumentare la sanzione per fermare quel comportamento significa ignorare l’età, la fase di sviluppo e il contesto in cui l’azione si produce.
Il carcere può alimentare il problema
Immaginiamo che un tredicenne o un adolescente più grande venga identificato, processato e condannato, magari con una pena severa perché ritenuto il promotore della protesta. Il danno personale sarebbe enorme: proprio negli anni in cui si formano identità, relazioni e responsabilità, il ragazzo verrebbe sottratto alla scuola e a ogni percorso educativo ordinario.
Anche la collettività dovrebbe mettere in conto un costo di lungo periodo. Chi entra in carcere durante l’adolescenza non necessariamente ne esce più consapevole o più capace di rispettare le regole. L’esperienza potrebbe invece rafforzare risentimento, marginalità e legami con ambienti criminali, trasformando una condotta violenta in un rischio futuro ancora maggiore.
Questo non significa rinunciare alle conseguenze per chi danneggia persone o beni. In uno Stato di diritto, anche un minorenne che partecipa a una protesta violenta deve essere chiamato a rispondere delle proprie azioni. Ma responsabilità e repressione non coincidono: la punizione dovrebbe avere anche una funzione educativa, non limitarsi a isolare il ragazzo.
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Punire senza spezzare il futuro
Le alternative esistono e possono comprendere lavori socialmente utili, percorsi di responsabilizzazione e attività capaci di mostrare agli adolescenti la complessità delle conseguenze provocate dai loro gesti. Rompere una vetrina o rubare un capo d’abbigliamento non può essere liquidato come una semplice bravata, ma nemmeno affrontato soltanto con la detenzione.
Di fronte a persone così giovani, le istituzioni dovrebbero comportarsi più come un genitore autorevole che come un gendarme interessato esclusivamente alla punizione. Prima di scegliere la pena più dura, sarebbe necessario chiedersi perché quei ragazzi arrivino a esprimere rabbia e violenza in quel modo.
La miseria non è un alibi
Il riferimento ai giovani criminali dei romanzi di Charles Dickens richiama una lezione ancora attuale. Nella Londra descritta dallo scrittore, molti ragazzi finivano davanti alla giustizia per piccoli furti e espedienti illegali, dentro una società che li aveva lasciati ai margini. La loro storia mostrava quanto spesso la miseria e l’esclusione precedessero la colpa giudiziaria.
A distanza di circa un secolo e mezzo, il rischio è riproporre lo stesso schema: trattare i minori esclusivamente come una minaccia, senza considerare le responsabilità dell’ambiente sociale in cui crescono. I giovani violenti non sono separati dal resto della comunità; ne fanno parte e, in una certa misura, ne riflettono le fratture.
Elsa Morante, nel 1968, affidò proprio ai ragazzi una possibile chiave per interrogare il mondo degli adulti. Anche quando il loro linguaggio è aggressivo e le loro azioni sono inaccettabili, quel messaggio va ascoltato. Punire può essere necessario; trasformare il carcere nella risposta principale, invece, rischia di peggiorare ciò che si pretende di risolvere.
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