Milano, i ragazzi dopo gli scontri: «Adesso torneremo»
Hanno tra 12 e 18 anni e arrivano da periferie e hinterland: raccontano precarietà, discriminazioni e il bisogno di essere ascoltati oltre le vetrine infrante.
Per molti di loro la protesta non si è conclusa con le due giornate del 17 e 18 ottobre. Sono adolescenti e giovani tra i 12 e i 18 anni, residenti nelle periferie di Milano o nei comuni dell’hinterland, che hanno seguito gli appelli circolati sui social e sono scesi in strada spinti da motivazioni diverse: il costo della vita, le difficoltà familiari, il razzismo e la sensazione di non avere davanti un futuro accessibile.
Le immagini rimaste più impresse sono quelle dei negozi danneggiati, dei saccheggi e dei confronti con le forze dell’ordine. Nei loro racconti, però, quei fatti rappresentano solo una parte della storia. Per questo alcuni di loro dicono di voler tornare in piazza: temono che, senza nuove manifestazioni, si torni a ignorare ciò che accade nelle loro case e nelle loro vite.
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Una generazione senza certezze
F., 16 anni, abita a Pero con i genitori in una casa popolare. Il padre, che prima riusciva a lasciargli 20 o 30 euro al mese, oggi non può più farlo; la madre lavora nelle pulizie e sta perdendo progressivamente alcune famiglie per cui lavorava. A casa, spiega, anche una bolletta può trasformarsi in una fonte di ansia.
Sabato ha partecipato alla manifestazione insieme ad alcuni amici che vivono situazioni simili. Dice di non essere andato per distruggere, ma per dare voce alla stanchezza di vedere i genitori rinunciare alle spese più comuni mentre gli adulti continuano a parlargli di un domani che non riesce a immaginare. «Non so nemmeno se ci sarà», racconta riferendosi al futuro. Secondo il ragazzo, la polizia lo avrebbe colpito più volte prima dell’inizio degli scontri. Anche la scuola lo preoccupa: frequenta un istituto tecnico, ma teme che il percorso lo conduca soltanto verso lavori poco pagati e che non offra vere opportunità a chi desidera proseguire gli studi.
M. ha 18 anni, proviene da una famiglia moldava ed è arrivato in Italia quando aveva due anni. Vive a Gratosoglio e sta per concludere le scuole superiori. Dopo aver guardato online i filmati della protesta di sabato, ha deciso di unirsi alla manifestazione il giorno successivo. I suoi genitori lavorano, ma il reddito non basta comunque a vivere senza difficoltà, e lui teme di ritrovarsi nella stessa condizione.
La sua domanda riguarda il senso stesso del percorso promesso ai giovani: studiare per poi ottenere un lavoro che non consenta neppure di mantenersi. Nel suo racconto pesa anche il clima generale, segnato dai riferimenti continui a guerre, armamenti e sacrifici, mentre le loro prospettive restano sullo sfondo.
Dai video alla piazza
Y. ha 14 anni, è nato in Italia da genitori di origine egiziana e vive nell’area metropolitana milanese. Ha visto su TikTok i filmati di altri ragazzi, tra denunce sulla mancanza di prospettive e inviti a partecipare. All’inizio, ammette, pensava soprattutto a uscire dalla routine e a registrare qualche video; una volta arrivato in mezzo alla folla, però, ha avvertito di condividere una condizione comune.
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Il ragazzo racconta di aver pensato anche di prendere parte ai saccheggi, perché non ha mai avuto molto e ha indossato spesso abiti comprati alle bancarelle o ricevuti dalla Chiesa. Alla fine ha scelto di non esporsi a conseguenze. La paura per ciò che è accaduto non cancella il desiderio di tornare: teme che, senza la presenza dei manifestanti, nessuno continui a occuparsi dei loro problemi.
R., 17 anni, è nato e cresciuto in Italia, ha origini arabe e vive a San Siro. Ha partecipato a entrambe le giornate, legando la protesta contro il carovita alla rabbia per i pregiudizi subiti a causa delle sue origini. Pensava che gli appelli sui social sarebbero rimasti virtuali, ma in piazza ha incontrato anche compagni di scuola.
Dice di sentirsi respinto sia per il cognome sia quando attraversa il centro di Milano, dove sostiene di essere sottoposto a controlli appena diventa visibile. Respinge inoltre l’etichetta di «maranza», che considera un modo per ridurre la sua identità a uno stereotipo. A suo dire, sabato la chiusura delle strade da parte degli agenti avrebbe fatto precipitare la situazione e la polizia avrebbe colpito per prima; riferisce di essere stato raggiunto al volto e alle gambe. Le sue parole mostrano una rabbia ancora presente: «Sono nato qui, sono cresciuto qui. Questa è casa mia».
Oltre i danni ai negozi
Nel racconto di R. la protesta riguarda anche il rapporto con le istituzioni. Sostiene che i giovani lavorino e paghino le tasse, ma che le loro difficoltà ricevano meno attenzione rispetto ai danni materiali prodotti durante gli scontri. Per questo considera conclusa soltanto la prima fase della mobilitazione e non esclude nuove presenze in strada.
F. insiste sullo stesso punto da un’altra prospettiva. A suo giudizio, il dibattito si è concentrato quasi esclusivamente sulle vetrine distrutte, mentre prima delle manifestazioni nessuno parlava delle famiglie in difficoltà, del denaro che manca e dell’incertezza sul domani. Se quei temi continueranno a non essere affrontati, dice, molti ragazzi continueranno a cercare ascolto in piazza.
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