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Attualità 5 min di lettura57 min fa

Jordan rubate e fumo negli occhi: Milano assolve i suoi ragazzi

Tra vetrine devastate, slogan e solidarietà istituzionale, la cronaca delle rapine viene trasformata in una lezione sul disagio giovanile.

Il punto non è stabilire se una protesta politica abbia lo stesso valore di una rapina: non lo ha. Il punto è capire perché, a Milano come in altre città, alcuni adulti insistano nel descrivere il furto di scarpe e la devastazione dei negozi come sintomi da accogliere, invece che come reati da chiamare con il loro nome.

Il ragazzino che esce con un passamontagna, rompe una vetrina e porta via un paio di Jordan sta compiendo un gesto illecito, ma almeno non pretende di trasformarlo in una teoria pedagogica. Più singolare è il quarantenne che gli attribuisce un significato nobile, parla di “nostri ragazzi” e considera l’adulazione una forma di educazione.

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Quando la rapina diventa disagio

Davanti alla Questura di Milano, circa duecento genitori hanno atteso i figli dopo gli scontri. Il loro atteggiamento, stando alle frasi riportate, era tutt’altro che indulgente: alcuni hanno parlato di un branco di deficienti, altri hanno detto di essere quasi sollevati se la polizia avesse reagito con durezza.

Poco distante, in corso Vittorio Emanuele, una donna rimproverava gli agenti per avere chiesto i documenti ai minorenni. La scena è stata interrotta dal fragore di un’esplosione. Nel frattempo, il lessico pubblico ha continuato a preferire formule come “insofferenza”, “rabbia” e “disagio profondo”, parole utilizzate anche dalla vicesindaca Anna Scavuzzo. Ma definire l’assalto a un negozio come un’espressione di disagio non spiega nulla: attenua soltanto la responsabilità di chi lo compie.

La stessa ambiguità si è vista nella politica milanese. Pierfrancesco Majorino ha attribuito il caos alla destra, mentre Matteo Perego di Cremnago ha promesso che, con il centrodestra al governo della città, “non ci sarà spazio per questi delinquenti”. Il generale Carmelo Burgio ha richiamato Pier Paolo Pasolini. Lorenzo Pacini, invece, ha partecipato alla manifestazione contro il caro vita, senza risultare coinvolto nell’assalto al Decathlon.


I cattivi maestri cercano consenso

Il problema non riguarda soltanto Milano. Negli ultimi anni, tra Francia e Italia, immagini di saccheggi e cortei hanno offerto materiale perfetto per la messa in scena sui social: il sacco di Sephora rivenduto su Vinted, il Dyson Airwrap preso per la madre, le ragazze emozionate davanti a Spider-Man che distribuisce Tampax invece di borse Birkin, il negoziante di videogiochi che difende il proprio esercizio.

A Parigi la rivolta è stata spesso raccontata anche attraverso la sua estetica: cassonetti incendiati durante l’aperitivo, manifestanti trasformati in comparse e scene che sembrano pensate per essere condivise. Un immaginario nel quale la rivoluzione vale soprattutto se è fotografabile, mentre la differenza tra protesta e saccheggio rischia di diventare un dettaglio fastidioso.

Un messaggio pubblicato il 7 ottobre 2023 da una ex collaboratrice di Teen Vogue sintetizzava questa logica con una domanda: «Che cosa pensavate significasse la decolonizzazione? Atmosfera? Documenti? Saggi? Perdenti». Il riferimento viene spesso usato per sostenere che una parte dell’attivismo contemporaneo non chieda più soltanto riforme, ma celebri il gesto distruttivo come prova di autenticità.

Non sorprende, allora, che l’adulto desideroso di piacere all’adolescente finisca per apparire più fuori posto dell’adolescente stesso. Il giovane che si esprime con “bro”, “fra” e “tranquillo” può essere rozzo, aggressivo o criminale; l’adulto che gli costruisce intorno una giustificazione ideologica compie però un’operazione diversa, perché sostituisce l’educazione con la manipolazione.

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La campagna elettorale corre sui social

A Milano, nel pieno di una campagna elettorale già povera di slanci, Tommaso Goisis ha commentato la situazione mentre si trovava al Teatro Elfo Puccini. Tra le sue proposte figura l’assunzione di 100 giovani addetti all’organizzazione delle comunità, in larga parte con origini migratorie. Resta poco chiaro quale esigenza concreta dovrebbe soddisfare questa nuova figura professionale.

Goisis ha inoltre sostenuto che il sindaco Giuseppe Sala dovrebbe scendere in strada con la fascia tricolore, accanto ai ragazzi, per ascoltarli e proteggerli. Come modello ha indicato il sindaco di Saint-Denis, diventato una presenza ricorrente nelle immagini delle proteste: dai lacrimogeni al cassonetto spostato, fino alla guida simbolica dei cortei. Un personaggio presentato come una sorta di Martin Luther King della gara all’immagine più efficace.

Anche Carlotta Cossutta, candidata alle primarie, ha invitato a partire dall’ascolto e da risposte concrete. La sua impostazione, però, viene associata nel testo a soluzioni come il linguaggio neutro, il ricorso allo psicologo e i cosiddetti barattoli della calma, quasi fossero strumenti capaci di risolvere il saccheggio di un negozio.

Goisis e Cossutta hanno poi rilanciato la “passeggiata arrabbiata” del collettivo Non Una di Meno. Scavuzzo, invece, è andata all’alba in via Torino insieme ai lavoratori dell’Amsa, impegnati a ripulire le strade dopo la notte di bombe carta e molotov. La scena più concreta, in mezzo a molte dichiarazioni, è stata probabilmente quella degli addetti alla raccolta dei rifiuti costretti a lavorare tra vetri e materiali incendiati.


Da Milano alla libreria devastata

Un episodio analogo si è verificato a Torino, dove un gruppo di giovani ha danneggiato una libreria Feltrinelli. L’immagine del negozio devastato ha evocato, per alcuni osservatori, perfino l’incendio della biblioteca di Alessandria, con una sproporzione che rende bene il tono della polemica.

Interpellato sul significato politico dell’attacco, il candidato sindaco Mario Calabresi ha descritto la libreria come una vetrina del centro e come un luogo percepito da alcuni giovani come esclusivo, riservato a chi sta bene, ha un impiego e “ce l’ha fatta”. La spiegazione prova a individuare una distanza sociale, ma rischia di confondere la sensazione di esclusione con il diritto di distruggere.

La Feltrinelli non è il simbolo universale del successo, così come il furto delle Jordan non è automaticamente una risposta politica. Se ogni vetrina infranta deve diventare una lezione sulla società e ogni autore di una rapina un ragazzo da proteggere, alla fine il messaggio è semplice: la responsabilità viene attribuita a chi subisce il danno, mentre chi lo provoca riceve una narrazione pronta all’uso.

Il risultato è una curiosa forma di paternalismo rovesciato. Agli adolescenti si concede tutto ciò che agli adulti si chiederebbe di condannare; agli adulti, invece, si perdona l’idea di trasformare la violenza in un gesto comunicativo. E così l’esproprio delle Jordan finisce per essere raccontato come una domanda sociale, mentre la domanda più urgente resta senza risposta: perché chi dovrebbe educare preferisce applaudire?

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