Migranti climatici, il dato che l'Italia non vuole vedere
Tra siccità, alluvioni e crisi sanitarie, i movimenti forzati crescono mentre il dibattito resta indietro e il Piano Mattei, secondo Angelica De Vito, non ha ancora trasformato gli annunci in risultati.
L’aspetto più allarmante non è solo la crescita dei numeri, ma la distanza tra l’urgenza del fenomeno e le risposte concrete. Angelica De Vito, consulente diplomatico ONU ed esperta di transizione e giustizia ambientale, sostiene che l’Italia abbia mancato un passaggio decisivo: il Piano Mattei, nato per sostenere sviluppo e stabilità, avrebbe potuto dare sostanza all’idea di “aiutiamoli a casa loro”, ma per ora resta incompiuto.
Una crisi che avanza più in fretta del
A rendere il quadro ancora più chiaro ci sono le stime diffuse dall’UNHCR sulla base dei dati dell’IDMC: nell’ultimo decennio gli spostamenti causati da eventi meteorologici hanno toccato in media 27 milioni di persone l’anno. Nei primi tre mesi del 2026, secondo il monitoraggio più recente, gli spostamenti interni sono stati 511.797, oltre 400.000 in più rispetto allo stesso periodo del 2025.
Di questi movimenti, 476.142, pari al 93%, risultano collegati alla siccità. Non si tratta però soltanto di mancanza d’acqua: nelle aree più esposte pesano anche raccolti compromessi, condizioni igienico-sanitarie fragili e la diffusione di malattie, fattori che possono aggravare conflitti e precarietà.
Il diritto a restare e il caso del
Per De Vito, il nodo non è solo l’arrivo di nuovi flussi, ma anche la possibilità di non essere costretti a partire. Nei suoi interventi ha richiamato il tema del “diritto a restare”, che andrebbe protetto con cooperazione internazionale reale, infrastrutture e tecnologie adeguate, soprattutto dove comunità e territori non dispongono degli strumenti per fronteggiare carenze alimentari e idriche.
Da qui il giudizio severo sul Piano Mattei. La consulente lo considera una grande occasione mancata: nel disegno originario, ricorda, c’era l’idea di coinvolgere imprese e competenze italiane per sostenere l’Africa e alcuni Paesi dell’America centrale e Cuba. In pratica, però, secondo la sua lettura, sono rimaste visibili solo le tre pagine rese pubbliche il 5 gennaio 2024, mentre dei progetti successivi si sa poco o nulla.
Numeri, aree esposte e cambiamento climatico
De Vito colloca il fenomeno dentro una tendenza molto più ampia. Cita il rapporto OIM del 2023, che parlava di 33 milioni di persone in movimento all’interno dei propri Paesi, e richiama anche la previsione della Banca mondiale: entro il 2050 i migranti interni potrebbero arrivare a 216 milioni. Le aree più vulnerabili, dice, sono Bangladesh, Pakistan, Africa subsahariana e Africa del Nord, ma segnali simili si vedono anche in alcune zone dell’Italia meridionale.
La consulente ritiene che il clima vada letto come un moltiplicatore delle crisi, non come un episodio isolato. Il caldo estremo, sottolinea, non va osservato come un fatto singolo ma dentro una dinamica più ampia, perché i suoi effetti ricadono su acqua, coltivazioni, salute pubblica e tenuta sociale.
Quando la siccità spinge a partire
Nel racconto di De Vito, le cause più concrete sono spesso molto semplici e al tempo stesso devastanti. Ha citato il caso di un ragazzo di 18 anni in fuga dal Congo, le cui ragioni del viaggio erano legate soprattutto alla scarsità di cibo e acqua. Situazioni di questo tipo, secondo lei, mostrano quanto sia necessario intervenire prima che la crisi renda impossibile la permanenza nei luoghi d’origine.
Lo stesso vale per l’effetto combinato tra clima e salute. La consulente ha spiegato che in territori poveri di risorse l’aumento delle temperature favorisce anche la diffusione di malattie, proprio perché le persone vivono in condizioni più esposte e con meno protezioni. A suo avviso, è questo intreccio a trasformare il clima in un acceleratore delle emergenze.
Australia, Tuvalu e i limiti delle soluzioni attuali
Un esempio che De Vito considera utile per capire quanto sia ancora imperfetta la risposta internazionale è quello dell’Australia e dei cittadini di Tuvalu. In quel caso, ha ricordato, esiste una procedura che prevede una sorta di selezione per ottenere un visto permanente, ma i tempi restano incompatibili con la rapidità della crisi: per spostare tutti gli abitanti del Paese servirebbero circa 170 anni, mentre il futuro di Tuvalu viene valutato in appena dieci.
Da qui la conclusione più netta: le politiche fin qui adottate non bastano e, in diversi casi, restano più vicine allo slogan che alla soluzione. Per De Vito, il tema delle migrazioni climatiche dovrebbe entrare stabilmente nel dibattito pubblico, anche in Italia, dove il Piano Mattei avrebbe potuto offrire una risposta più credibile e invece, almeno per ora, non ha prodotto risultati visibili.
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