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Meloni e Conte, la tenaglia che blocca maggioranza e opposizione

La destra resta compatta attorno alla premier, mentre il centrosinistra trova intese solo su alcuni temi: il vero punto debole del governo rimane l’economia.

La maggioranza conserva una sostanziale unità politica, ma fatica a trasformarla in risultati concreti. Sul fronte opposto, Giuseppe Conte riesce a spostare il baricentro del campo largo, senza però offrire ancora una direzione stabile a un’alternativa di governo. Il paradosso è che entrambi i leader sembrano capaci di tenere insieme i propri schieramenti, ma non di indicare con chiarezza dove condurli.

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La premier salda la coalizione

L’apertura di Giorgia Meloni sull’autonomia differenziata va letta anche alla luce del congresso della Lega, in programma a Milano il 24 e 25 ottobre. Matteo Salvini si appresta a vincere un’assise priva di una vera competizione interna e il sostegno della presidente del Consiglio può aiutarlo a superare le contestazioni degli esponenti leghisti che, in passato, avevano minacciato di sfidarlo senza arrivare poi allo scontro.

L’azione di Meloni procede lungo tre direttrici: il rilancio dell’attività dell’esecutivo, la crescita di Fratelli d’Italia e la tenuta del centrodestra. Gli ultimi due obiettivi sembrano, almeno per ora, più vicini. La premier ha inaugurato il 4 settembre, alle 19, al porto di Bari, una nuova fase della propria campagna pubblica, celebrando la durata del governo con un intervento fortemente identitario e privo di indicazioni operative particolarmente dettagliate.


Fratelli d’Italia cresce, il governo no

Da allora si sono moltiplicati gli appuntamenti della presidente del Consiglio sul territorio e gli incontri con associazioni economiche e rappresentanti del mondo produttivo. Questa esposizione continua sembra aver rafforzato il consenso attorno a Fratelli d’Italia, secondo un meccanismo già visto con Silvio Berlusconi e Forza Italia. Il partito di Meloni appare sempre più legato alla figura della sua leader.

La stessa compattezza si è manifestata nelle votazioni di fiducia e nel voto segreto sulla legge elettorale. Tuttavia, la solidità parlamentare non coincide con l’efficacia dell’esecutivo. Al di là delle iniziative sugli alunni stranieri nelle classi e degli interventi limitati sul costo dei carburanti, il governo non ha ancora messo in campo una strategia ampia per affrontare la crisi economica.


L’economia resta il vero ostacolo

Il problema riguarda sia le famiglie, alle prese con il carovita, sia le prospettive complessive del Paese. L’intervento di Giancarlo Giorgetti alla Camera, seguito da un’aula quasi vuota, è apparso come il segnale di una difficoltà politica prima ancora che comunicativa: di fronte ai rischi in arrivo, il ministro non avrebbe indicato una linea precisa.

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Poiché la gestione dell’economia è il principale banco di prova di un governo e spesso determina il risultato elettorale, la situazione mette in discussione la spinta iniziale dell’esecutivo. La maggioranza resta in piedi, ma non mostra ancora una risposta capace di incidere sulle difficoltà materiali degli italiani.


Conte detta il ritmo al campo largo

L’assenza di un’alternativa credibile consente però a Meloni e ai suoi alleati di mantenere il vantaggio. Il campo largo, condizionato dalla leadership di Giuseppe Conte e dalle mosse di Rosy Bindi, appare infatti poco affidabile come progetto politico unitario. Il sostegno di Bindi a Pier Luigi Bersani è stato interpretato anche come una presa di distanza da Elly Schlein.

La pressione esercitata dal presidente del Movimento 5 stelle è emersa nel confronto sulle spese militari. Partito democratico, Movimento 5 stelle, Alleanza Verdi-Sinistra e Italia Viva hanno firmato una risoluzione comune contro l’aumento degli stanziamenti per la difesa e a favore di una revisione degli impegni assunti in ambito Nato. Il documento non è arrivato al voto per una questione regolamentare, ma la convergenza politica è rimasta evidente.


Ucraina, il fronte rischia di rompersi

La sintonia sull’ipotesi di ridurre o rivedere gli impegni militari non garantisce però una posizione condivisa sull’Ucraina. In Parlamento è atteso un nuovo passaggio divisivo, con Conte sempre più deciso a spingere la propria linea e a mettere sotto pressione gli alleati.

Il rischio è che la tensione finisca per spezzare il fragile equilibrio dell’opposizione. Al Partito democratico viene quindi attribuita la responsabilità di richiamare il Movimento 5 stelle a una posizione comune: in caso contrario, la leadership dem sarebbe coinvolta nelle conseguenze di una rottura. In questo scenario, un eventuale strappo potrebbe trasformarsi prima in una crisi del campo largo e poi in una più ampia ridefinizione del centrosinistra.

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