Gaza, l’accusa di Pillay: «Le prove sul genocidio sono verificate
La giurista sudafricana difende il lavoro della commissione Onu, ricorda il Ruanda e critica le pressioni americane contro la Corte penale internazionale.
Navi Pillay non arretra sulle conclusioni della commissione indipendente delle Nazioni Unite che ha guidato: secondo il rapporto, a Gaza Israele avrebbe commesso un genocidio. La giurista sudafricana, Premio Nobel per la pace e figura con una lunga esperienza nel campo dei diritti umani, sostiene che ogni elemento raccolto sia stato sottoposto a controlli rigorosi.
A colpirla in modo particolare è stato il bombardamento, alla fine del 2023, di una clinica per la fertilità nella Striscia. Pillay riferisce che il missile avrebbe colpito l’area in cui erano conservati gli embrioni e che, dopo l’attacco, i militari israeliani non sarebbero entrati per verificare l’eventuale presenza di combattenti o armi di Hamas.
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Il precedente del Ruanda pesa sull’accusa
La giurista ha collegato quell’episodio alla sua esperienza sul genocidio ruandese. In quel contesto, gli estremisti hutu arrivarono a colpire anche le donne tutsi incinte, con l’obiettivo di impedire la nascita di altri membri della comunità perseguitata. «Questo si avvicina moltissimo all’annientamento di un gruppo. In questo caso, i palestinesi», ha affermato Pillay.
La commissione, ha spiegato, fu accusata da gruppi di pressione finanziati di non aver condannato Hamas, ma secondo la sua ricostruzione fu proprio quell’organismo a farlo per primo. Israele è stato l’unico Paese a esprimere una valutazione negativa sul rapporto, mentre l’accesso diretto alla Striscia sarebbe stato impedito agli investigatori, rendendo più difficile verificare sul posto testimonianze e circostanze.
Pillay respinge il paragone con Goebbels
Tel Aviv ha paragonato Pillay e gli altri membri della commissione a Joseph Goebbels. La giurista considera l’accostamento offensivo e privo di fondamento, ricordando che il gruppo ha raccolto testimonianze, svolto audizioni, esaminato immagini satellitari e sottoposto a verifica ciascuna delle proprie affermazioni.
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«Non c’è una singola affermazione nel nostro rapporto su Gaza che non sia stata verificata da noi tre commissari», ha dichiarato. Pillay ha anche chiesto di poter entrare in Israele, incontrare la popolazione e ascoltare direttamente la versione israeliana dei fatti, così da consentire un confronto con le accuse di parzialità.
Dall’apartheid alle pressioni su Trump
Pillay ha ricordato la propria giovinezza nel Sudafrica dell’apartheid, periodo nel quale riteneva improbabile assistere alla fine del sistema segregazionista. A suo avviso, la svolta fu resa possibile dalla leadership di Nelson Mandela e da una trasformazione condotta senza violenza. Da quell’esperienza, ha spiegato, ha tratto la convinzione che non sia possibile restare estranei alle battaglie per la libertà.
Nel colloquio ha inoltre definito illegittime e crudeli le sanzioni statunitensi contro la Corte penale internazionale. A suo giudizio, la linea americana potrebbe essere collegata anche al desiderio di Donald Trump di ottenere il Nobel per la pace. Pillay ha precisato di non voler entrare in conflitto con il presidente degli Stati Uniti, sottolineando però che i leader hanno il dovere di trasmettere principi positivi, perché le loro parole vengono spesso considerate vere dalla gente comune.
La giurista ha infine detto di voler restare concentrata sul lavoro svolto in decenni di attività: è stata giudice, avvocata e Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani; oggi ricopre anche il ruolo di giudice ad hoc per il Ruanda. La risonanza politica attorno alla sua figura, ha osservato, non deve oscurare il significato di quel percorso.
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