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Attualità 2 min di lettura28 min fa

Melanoma, il vaccino su misura cambia la sfida: rischio ridotto del 42%

Il dato più rilevante riguarda la possibilità di ridurre le ricadute dopo l’asportazione completa di un melanoma ad alto rischio.

Il dato più rilevante riguarda la possibilità di ridurre le ricadute dopo l’asportazione completa di un melanoma ad alto rischio. Nel trial internazionale INTerpath-001, l’aggiunta del vaccino personalizzato intismeran autogene all’immunoterapia ha abbassato del 42% il rischio relativo di recidiva o morte rispetto alla sola terapia con pembrolizumab.

La ricerca ha coinvolto 1.137 persone, assegnate casualmente a due gruppi: una parte ha ricevuto pembrolizumab, noto anche con il nome commerciale Keytruda, insieme al vaccino sperimentale; gli altri hanno assunto lo stesso farmaco con un placebo. Dopo un periodo mediano di osservazione di 24,6 mesi, la sopravvivenza senza recidiva a due anni è risultata dell’82,2% tra i pazienti vaccinati, contro il 70% del gruppo di controllo.

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Il vantaggio emerge già a due anni

La differenza tra i due gruppi è stata quindi di 12,2 punti percentuali. La combinazione ha mostrato benefici anche sul rischio di metastasi a distanza o morte, ridotto del 38% rispetto a pembrolizumab associato al placebo.

Il vaccino è conosciuto anche come V940 o mRNA-4157 e viene realizzato partendo dal profilo genetico della neoplasia rimossa. L’analisi individua le mutazioni capaci di generare neoantigeni, cioè segnali che possono essere riconosciuti dal sistema immunitario come bersagli anomali.


Come viene costruita la terapia

Le molecole di RNA messaggero contenute nel trattamento forniscono alle cellule le istruzioni per produrre quegli antigeni. L’obiettivo è preparare le difese dell’organismo a individuare e colpire eventuali cellule tumorali rimaste dopo l’operazione.

Pembrolizumab contribuisce a sostenere questa risposta attraverso il blocco di PD-1, una proteina che frena l’azione dei linfociti T. Si tratta di un approccio terapeutico, diverso dai vaccini preventivi contro il papillomavirus umano e il virus dell’epatite B, utilizzati per ridurre il rischio di infezioni associate ad alcuni tumori.

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Restano tempi e autorizzazioni

Sul fronte della sicurezza, dolore nella zona dell’iniezione, stanchezza e altre reazioni tipiche dei vaccini a RNA messaggero rientrano tra gli effetti indesiderati osservati. Eventi avversi correlati al trattamento di grado 3-5 hanno riguardato il 14,2% dei pazienti sottoposti alla combinazione, rispetto al 13,4% di quelli trattati con pembrolizumab e placebo.

La personalizzazione comporta però una lavorazione articolata. Dall’esame del tumore alla disponibilità della dose possono passare circa sei settimane o anche più, con possibili conseguenze su costi, organizzazione e capacità di produzione qualora la terapia venisse impiegata su larga scala.

Moderna e Merck stanno esaminando con le autorità regolatorie i prossimi passaggi in vista di un’eventuale domanda di autorizzazione. I risultati della fase 3 non significano dunque che il trattamento sia già approvato.

Il proseguimento dello studio dovrà chiarire se la diminuzione delle recidive porterà anche a un aumento della sopravvivenza complessiva e per quanto tempo resterà il beneficio. Inoltre, i risultati ottenuti nel melanoma non possono essere trasferiti automaticamente ad altri tumori: ulteriori ricerche dovranno individuare i pazienti più adatti e definire il posto della terapia nella pratica clinica.

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