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Marrone e la corte sabauda: il simbolo che sfida la Repubblica

La presenza del vicepresidente piemontese ai rituali dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro viene letta come parte di una visione politica lontana dai valori costituzionali.

Il bosco evocato da Maurizio Marrone non è quello delle identità rassicuranti, ma quello in cui partigiani e partigiane prepararono la Liberazione dal nazifascismo. Da quella lotta nacque la Costituzione del 1948: repubblicana, democratica, pluralista e antifascista. È lì, rivendica l’autore, che occorre guardare per capire quale idea di Paese sia oggi in discussione.


L’identità può diventare una trappola

Presentare la nazione come un rifugio per chi appartiene al “giro giusto” rischia di trasformare la comunità in una prigione. L’immagine non è quella del bosco di Robin Hood o della Terra di Mezzo, bensì di una botte in cui convivono serpenti, lupi e galli, destinata a precipitare verso un conflitto permanente.

Questa retorica, osserva il testo, può apparire innocua soltanto se la si riduce alla caricatura del Marchese del Grillo interpretato da Alberto Sordi. Il richiamo storico è però molto più pesante: le leggi razziali, i rastrellamenti e i convogli piombati partirono anche da Porta Nuova, a Torino, poco più di ottant’anni fa.


L’uguaglianza nel mirino

Le destre suprematiste occidentali propongono sempre più spesso di cercare protezione nell’identità nazionale. Il messaggio intercetta il disagio prodotto da una globalizzazione che colpisce soprattutto i più fragili, ma anche la paura legata alle bande giovanili composte da latinoamericani o nordafricani di seconda generazione.

Alla base di questa visione, secondo l’autore, c’è il rifiuto dell’eredità della Rivoluzione francese: la pari libertà e dignità degli esseri umani. Da quel principio discendono l’uguaglianza davanti alla legge, la separazione dei poteri, un Parlamento attraversato da posizioni differenti e una scuola laica capace di emancipare. Il manifesto diffuso da Anders Behring Breivik prima della strage di Utoya, nella quale furono uccisi sessantanove giovani socialisti norvegesi, conteneva già un attacco esplicito alla democrazia parlamentare e all’uguaglianza.

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Il simbolo arriva in Piemonte

In questa chiave viene interpretata anche la scelta del vicepresidente della Regione Piemonte. L’esibizione in abiti cerimoniali dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, legato all’ex casa reale dei Savoia e amministrato da Emanuele Filiberto di Savoia, non sarebbe soltanto una posa nostalgica o un modo per intercettare consensi: per l’autore rappresenterebbe un tassello di una simbologia capace di mettere in discussione l’ordine costituzionale.

Un precedente viene individuato nel 2016, quando Marrone sostenne a Torino l’apertura di una rappresentanza diplomatica della sedicente Repubblica popolare di Donetsk. In quel periodo l’autore, allora deputato, presentò un’interrogazione al Governo guidato da Paolo Gentiloni sulla posizione italiana rispetto alla politica di Vladimir Putin, già segnata dall’occupazione della Crimea e di una parte della Georgia.


Le contestazioni dell’opposizione

A sollevare per primi il caso dell’affiliazione cavalleresca furono parlamentari e consiglieri di Alleanza Verdi e Sinistra. Marco Grimaldi presentò un’interrogazione parlamentare, successivamente ripresa dalle consigliere regionali Ravinale, Marro e Cera. La vicenda fu seguita da minacce di querela e da un sostanziale silenzio delle istituzioni.

Nel Consiglio regionale, inoltre, alcuni esponenti della maggioranza reagirono con un’esclamazione apertamente sabauda: «Avanti Savoia!». Marrone, esponente di Fratelli d’Italia e figura centrale della giunta guidata dal forzista Alberto Cirio, aveva intanto mostrato pubblicamente la propria partecipazione ai rituali dell’Ordine, indossando una cappa rossa ornata da alamari. Proprio quell’immagine, più che un semplice dettaglio folcloristico, viene indicata come il segnale di un disegno politico.

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