Maradona, il debutto a 15 anni raccontato da chi gli fece spazio
Rubén Giacobetti ricorda l’esordio di Diego Armando Maradona, la sorpresa dei compagni e il percorso che lo portò lontano dall’Argentina.
L’ultima volta che Rubén Anibal Giacobetti incontrò Diego Armando Maradona fu nel 1982, durante il Mondiale disputato in Spagna. L’ex compagno dell’Argentinos Juniors si trovava a Villajoyosa per cercare una squadra e riuscì a entrare nel ritiro della Nazionale argentina insieme a un altro connazionale. Maradona li fece passare, ma il racconto dell’incontro si interrompe prima di riferire le parole scambiate tra i due.
Giacobetti oggi lavora a Buenos Aires nel settore immobiliare. Ha smesso di giocare a 28 anni e ammette che avrebbe voluto proseguire fino a 34 o 35, anche se considera un privilegio aver condiviso il campo con quello che sarebbe diventato uno dei più grandi calciatori di sempre.
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Il talento era già impossibile da ignorare
La prima immagine di Maradona nella memoria di Giacobetti risale alle giovanili. L’allenatore invitò i ragazzi dell’Argentinos Juniors ad assistere alle partite dei “Los Cebollitas”, la formazione composta da calciatori di circa 13 anni. Tutti sembravano promettenti, ma Diego si distingueva nettamente: dribblava gli avversari con una naturalezza che lasciava senza parole e dava l’impressione di muoversi sui pattini.
Quella squadra vinse il campionato, ma soltanto Maradona arrivò davvero in prima squadra. Quando fu aggregato agli allenamenti dei più grandi, bastarono due o tre settimane perché i compagni chiedessero all’allenatore di schierarlo. Giacobetti raccontava a suo padre di avere davanti un ragazzo eccezionale, mentre il padre invitava alla prudenza ricordando quanti talenti annunciati non erano poi riusciti a imporsi.
In allenamento, però, i dubbi duravano poco. Diego eseguiva gesti tecnici che gli altri avrebbero potuto tentare per ore senza avvicinarsi allo stesso risultato. Giacobetti ricorda una sfida sui calci d’angolo: Maradona cercava il secondo palo e centrava l’incrocio, mentre gli altri spedivano il pallone fuori misura. «Era come avere vicino un futuro Premio Nobel», ha spiegato, paragonando quel talento a un’intelligenza superiore già visibile a tutti.
La sostituzione diventò storia
Il 20 ottobre 1976, contro il Talleres de Córdoba, Juan Carlos Montes decise di mandare in campo Maradona dopo l’intervallo. A lasciare il posto fu Giacobetti, che aveva 20 anni e apparteneva anche lui al vivaio dell’Argentinos Juniors. La sua prima reazione fu negativa, perché nessun giocatore accoglie con entusiasmo una sostituzione, ma il significato di quel momento è cambiato con il passare del tempo.
Giacobetti non occupava abitualmente la stessa posizione di Diego: era un centrocampista centrale, il tradizionale numero cinque. In quella partita, tuttavia, era stato spostato sulla fascia sinistra per irrobustire il reparto e contenere un Talleres considerato pericoloso. L’Argentinos Juniors, padrone di casa, aveva bisogno di vincere e nel primo tempo aveva prodotto poco; l’inserimento di un trequartista offensivo come Maradona apparve quindi una scelta coerente.
Dalla tribuna, Giacobetti assistette all’esordio del quindicenne. Prima di quel pomeriggio, il pubblico seguiva già gli allenamenti settimanali per vedere il ragazzo di cui tutti parlavano. L’ex centrocampista spiega che il suo malumore non era rivolto a Diego: semplicemente, in quel momento era lui il giocatore più giovane e meno centrale nelle gerarchie della squadra.
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Dopo quella giornata i due condivisero circa 20 partite, sulle 30 complessive disputate da Giacobetti con l’Argentinos Juniors. Spesso il primo giocava da numero cinque e Maradona indossava il dieci, una combinazione destinata a diventare un ricordo irripetibile per il compagno.
Dall’Argentinos Juniors alla vita civile
In quegli anni il club viveva con risorse limitate e gravitava nella parte bassa della classifica. Il divario con River Plate, Boca Juniors, Racing e Independiente era evidente, mentre l’obiettivo più frequente consisteva nel restare nella massima serie. L’arrivo di Maradona cambiò le ambizioni sportive e contribuì a trasformare il settore giovanile in una priorità organizzativa.
Prima di lui, secondo Giacobetti, i ragazzi venivano promossi soprattutto per necessità. In seguito l’Argentinos Juniors cominciò a produrre numerosi calciatori di livello, tra cui Batista, Sorín e Redondo, guadagnandosi la reputazione di “vivaio del mondo”. Un altro Maradona non è più emerso, ma l’Argentina ha ritrovato una capacità simile di generare fuoriclasse con Lionel Messi.
La carriera di Giacobetti prese invece una direzione diversa. Nel 1980 raggiunse Rochester, negli Stati Uniti, poi rientrò nella provincia de La Pampa. Nel 1982 provò a trasferirsi in Belgio con Oscar Nichiarelli, attraverso l’intermediario José Rubulotta, ma l’esperienza non proseguì. Durante il Mondiale del 1982 arrivò quindi in Sicilia per un provino e in seguito firmò per una squadra sarda.
A Sennori disputò una stagione da centrocampista centrale, in Serie D, senza riuscire a trovare un passaggio verso categorie superiori. Ricorda anche di aver incrociato Amarildo, allora allenatore di una formazione avversaria. L’esperienza italiana non lo convinse: l’età e i tempi necessari per tentare una nuova scalata lo portarono a tornare in Argentina, dove aprì l’agenzia immobiliare nella quale lavora ancora oggi.
Da ragazzo tifava River Plate e ammirava Amadeo Carrizo, Beto Alonso e Bochini. Nel suo ruolo, invece, indicava Fernando Redondo come modello di eleganza. Ma nessuno, nemmeno tra i suoi idoli, riuscì a superare Diego: la fortuna di averlo avuto accanto ha finito per dare un significato speciale anche a una sostituzione che, quel 20 ottobre 1976, Giacobetti aveva vissuto soltanto come una delusione.
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