Magistrati e politica, il referendum legittima la militanza
La presenza pubblica dei togati alimenta dubbi, ma il diritto dovrebbe prevalere sulle convinzioni politiche personali
Il referendum ha finito per legittimare la militanza politica pubblica dei magistrati agli occhi della maggioranza degli elettori.
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Il diritto davanti alle appartenenze
La vicenda della gip di Milano Tiziana Landoni mostra però che l’orientamento politico di un magistrato non determina necessariamente il contenuto dei suoi provvedimenti. La giudice non ha convalidato il fermo e non ha disposto la misura cautelare nei confronti di Youssef Siher, assumendo una decisione autonoma rispetto alle richieste della pm Francesca Crupi.
L’ordinanza, secondo la tesi sostenuta nel testo, va valutata sul terreno delle norme e delle motivazioni. Landoni avrebbe quindi applicato il diritto senza lasciarsi condizionare dalle proprie posizioni pubbliche, anche se aveva firmato un appello per Gaza e mostrato vicinanza alle istanze filopalestinesi. La stessa adesione risultava, verosimilmente, anche per Crupi, che aveva invece disposto il fermo e la custodia in carcere.
Il sospetto sull’imparzialità
La fiducia si incrina quando l’opinione pubblica collega una decisione giudiziaria alle idee politiche di chi l’ha assunta. Sui social, davanti a un provvedimento non condiviso, molti cercano così le manifestazioni frequentate dal magistrato, gli appelli sottoscritti, le persone con cui è stato fotografato e le posizioni pubblicamente sostenute.
Da qui nasce il richiamo al principio secondo cui il giudice deve essere imparziale e deve anche apparire tale, formula associata a lord Gordon Hewart e ripresa dalle alte Corti europea e italiana. Il dubbio diventa permanente: ci si chiede che cosa sarebbe accaduto se l’indagato avesse avuto un orientamento politico opposto a quello evocato nel caso concreto.
La Costituzione limita la libertà di associazione politica dei magistrati, mentre il decreto legislativo 109/2006 vieta loro l’iscrizione ai partiti. La restrizione è stata concepita per proteggere non soltanto l’indipendenza effettiva, ma anche l’immagine di neutralità di chi accusa e giudica.
Le correnti e l’esposizione pubblica
All’interno della magistratura, tuttavia, si sono sviluppate correnti organizzate nell’Associazione Nazionale Magistrati. Questi gruppi riflettono orientamenti presenti nella società e competono per il controllo degli equilibri interni al Csm, creando una forma di aggregazione politica pur senza coincidere formalmente con i partiti.
Da oltre trent’anni, inoltre, i magistrati esercitano un’influenza diretta sul dibattito pubblico. Dopo Mani Pulite, alla magistratura è stata attribuita la funzione di colpire il sistema dei partiti dominante nella Prima Repubblica; da allora le sue iniziative hanno inciso sulle riforme e, in alcuni casi, sulla durata dei governi.
L’attività politica esercitata attraverso correnti e istituzioni, però, è diversa dalla partecipazione visibile a campagne e manifestazioni. La trasformazione è emersa soprattutto durante la campagna referendaria sulla riforma costituzionale che avrebbe separato le carriere di pubblici ministeri e giudici.
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La campagna sulla separazione
L’Associazione Nazionale Magistrati si è mobilitata con strumenti tipici della propaganda elettorale: incontri nelle piazze, presenza tra i cittadini, testimonial conosciuti, manifesti e una produzione intensa di contenuti sui social. Sono state impiegate anche risorse economiche rilevanti per affidarsi ad agenzie di comunicazione e società di sondaggi.
Le rilevazioni servivano a misurare con frequenza l’orientamento degli elettori nelle diverse aree del Paese. Gli avvocati dell’Unione delle Camere Penali Italiane avevano avvertito che quella scelta avrebbe esposto politicamente l’ordine giudiziario, il potere dello Stato più direttamente incidente sulla vita delle persone.
Chi accusa o giudica, secondo questa impostazione, dovrebbe apparire estraneo alle contese politiche agli occhi degli imputati, delle parti e dei cittadini. L’apparenza di imparzialità viene considerata persino più delicata della convinzione personale del singolo magistrato.
Il voto e le conseguenze
La mobilitazione raggiunse il suo momento più evidente quando, in un’aula del Palazzo di Giustizia di Napoli, furono festeggiati con brindisi, cori e salti i risultati che avevano impedito l’assimilazione a una delle posizioni rappresentate. La posta in gioco era il Csm e la partecipazione dei magistrati alla campagna assunse così una dimensione apertamente militante.
Il voto popolare respinse la riforma ritenuta necessaria, nel testo, per rendere effettivo il modello accusatorio previsto dalla Costituzione. La stessa maggioranza, sostiene l’autore, ha però conferito legittimità alla presenza politica dei magistrati; per questo non potrebbe poi sorprendersi quando quella presenza viene richiamata per contestare le loro decisioni.
L’unica via indicata è una maggiore disciplina personale nell’esposizione pubblica, insieme all’abbandono dei processi celebrati sulle piattaforme social. Il confronto dovrebbe concentrarsi sulle ragioni giuridiche dei provvedimenti, senza trasformare ogni scelta giudiziaria in un giudizio sulle convinzioni politiche del magistrato.
Il diritto, secondo la conclusione proposta, conserva una forza autonoma rispetto alle appartenenze. Una posizione che viene contrapposta anche alle dichiarazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, accusata nel testo di aver contraddetto i principi della separazione delle carriere e dei poteri dello Stato da lei richiamati all’inizio dell’anno.
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