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Attualità 2 min di lettura1 ora fa

Amen porta in scena la crisi dei legami paterni

Lo spettacolo di Massimo Recalcati affida a nove giovani attori una riflessione teatrale su eredità, solitudine e crescita.

Amen, il debutto teatrale di Massimo Recalcati, porta in scena la crisi dei riferimenti familiari e il passaggio all’età adulta. La produzione è firmata dal Teatro Franco Parenti insieme al Centro Teatrale Bresciano, con drammaturgia e regia di Claudio Autelli.

«Siamo soli. Non ci sono più padri. Solo figli. Non ci sono più nemmeno le madri», dice Recalcati, sintetizzando il nucleo dello spettacolo. La riflessione dello psicoanalista milanese sulla trasmissione tra generazioni abbandona la forma del saggio e diventa un racconto affidato a corpi, voci e immagini.

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Un viaggio nella notte

Al centro della vicenda c’è un ragazzo che attraversa una notte sospesa, dove il confine tra ciò che accade e ciò che viene sognato si fa incerto. Nel suo percorso incontra una madre e un soldato proveniente da un’altra epoca, due figure che accompagnano il protagonista dentro una ricerca personale destinata ad allargarsi a una condizione collettiva.

Il soldato rappresenta la presenza più singolare del racconto. Arriva da un tempo nel quale la resistenza aveva un valore condiviso e, nel rapporto con il giovane, assume il ruolo di un padre simbolico. Non trasmette ordini né impone un modello: offre piuttosto la possibilità di raccogliere un’eredità e trasformarla in desiderio.

La madre completa una famiglia segnata dalla perdita dei riferimenti, ma non del tutto privata della capacità di proteggere. Tra ricordi, incontri e apparizioni, il ragazzo cerca un significato per la propria esistenza in una realtà che sembra aver smarrito ogni certezza.


Il coro dei giovani interpreti

La scena è abitata da Salvatore Alfano, Ludovica Angelini, Ion Donà, Caterina Erba, Gabriele Martini, Michele Marullo, Pietro Moser, Emilia Tiburzi e Giorgia Zatti. Le loro voci compongono un coro che non accompagna semplicemente il protagonista: ne amplia i pensieri e rende plurale la sua esperienza.

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Il gruppo diventa così il ritratto di una generazione chiamata a confrontarsi con paure contemporanee, precarietà e assenza di coordinate condivise. Ogni interprete aggiunge una prospettiva alla domanda sull’essere figli e sul modo di diventare adulti quando il passato non consegna più istruzioni riconoscibili.

Gregorio Zurla ha curato scene e costumi, Omar Scala le luci e Davide Montagna il lavoro sul movimento. Proprio l’azione fisica degli attori sostiene una parte rilevante della narrazione, contribuendo alla dimensione visionaria dell’allestimento.


Il significato del titolo

La parola Amen richiama la conclusione di una preghiera e può suggerire un’accettazione priva di alternative. Nello spettacolo, però, contiene anche un’assunzione di responsabilità: dire sì alla vita così com’è, pur dentro la fragilità e l’incertezza.

Recalcati non propone il ritorno di un’autorità paterna né una soluzione alla solitudine del protagonista. La trasmissione tra generazioni passa invece dalla testimonianza e dalla possibilità di ricevere un desiderio, non da un modello da replicare.

Il risultato è una riflessione sull’esistenza vulnerabile, costruita senza consolazioni immediate. La resistenza evocata dal soldato diventa la capacità di restare in piedi e continuare a cercare un senso anche quando le vecchie garanzie non sono più disponibili.

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