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Attualità 4 min di lettura3 ore fa

L’ultimo urlo di Bracardi: l’assurdo che fece ridere l’Italia

Dallo stralunato Scarpantibus all’incontenibile Patroclo, Giorgio Bracardi ha trasformato il non senso in una forma irripetibile di comicità televisiva e teatrale.

Giorgio Bracardi è morto lasciando un’eredità comica impossibile da replicare. Il suo umorismo viveva di esplosioni improvvise, personaggi deformi, travestimenti e parole prive di spiegazione: una comicità istintiva, capace di travolgere la scena senza aver bisogno di una trama articolata.

Tra le sue creature più memorabili c’era Ermanno Catenacci, un romagnolo invasato e devoto al Duce, riconoscibile per il maglione scuro, le bretelle e i pantaloni alla zuava. In sketch rapidissimi, Bracardi gli affidava racconti paradossali su Mussolini e su una galleria di ridicoli fascisti. Erano testi brevi e fulminanti, costruiti per arrivare subito all’assurdo.


Catenacci e la comicità senza freni

Catenacci mostrava il lato più scritto e ragionato del talento di Bracardi. Bastavano pochi minuti per far emergere una caricatura del luogo comune, attraverso incontri improbabili e un linguaggio da invasato. Il personaggio era grottesco, ma la sua forza nasceva soprattutto dalla precisione con cui l’attore ne esasperava ogni tic.

Quella stessa energia alimentava le sue apparizioni in televisione. Bracardi non cercava la battuta ordinata né il monologo costruito su temi quotidiani: preferiva irrompere, interrompere, scompaginare il ritmo e portare il pubblico in una zona dove il significato lasciava spazio alla sorpresa.


Arbore trovò il suo incursore

A Quelli della notte, programma della metà degli anni Ottanta, il suo ruolo era quello dell’elemento destabilizzante. Mentre nello studio si alternavano l’orchestra, Frate Antonino interpretato da Nino Frassica, il venditore di pedalò interpretato da Ferrini, le massime di Catalano e la presenza in balconata di Roberto D’Agostino, Bracardi entrava per alterare l’equilibrio della trasmissione.

Ogni volta assumeva sembianze diverse: poteva essere un ballerino di flamenco, un messicano baffuto, un greco da cartolina, un cinese o un russo. In altre occasioni appariva con il volto coperto di lucido da scarpe, impegnato in una danza ritmica, oppure trasformato in un personaggio dall’aspetto religioso e ortodosso. Con Renzo Arbore, sua straordinaria spalla, il gioco consisteva nel provare a riconoscerlo senza riuscire davvero a ricondurlo a una persona precisa.


Dal verso di Scarpantibus a Patroclo

Prima della televisione, il suo laboratorio era stato Alto Gradimento. Nel 1970 Bracardi inventò Scarpantibus, una creatura preistorica immaginata come un uccello scoperto in Nicaragua, con ai piedi scarponi militari sottratti a un esploratore. All’inizio era soltanto un suono animalesco nato per la radio; poi diventò un’apparizione visiva fatta di piume disordinate, becco bizzarro, gambe sottili e calzature sproporzionate.

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Quando arrivava in scena, non forniva risposte comprensibili. Poteva lanciare rotoli di carta igienica o reagire alle domande con versi indistinti. Era il principio stesso della comicità bracardiana: ottenere una risata attraverso il puro istinto, senza consegnare al pubblico una spiegazione o un messaggio da decifrare.


Le pernacchie come spartito

Figlio di cantanti lirici, Bracardi aveva studiato il pianoforte, come il fratello Franco, pianista del Maurizio Costanzo Show e spalla di Lino Banfi in Vieni avanti cretino. Anche la musica, nelle sue mani, diventava però il punto di partenza per un sabotaggio comico.

Mentre intonava melodie sentimentali con atteggiamento da cantante romantico, interrompeva il brano con una pernacchia. Poi osservava il pubblico, riprendeva a suonare e ne aggiungeva un’altra, ancora più evidente. La gag cresceva per accumulo, fino a trasformare l’eleganza della canzone in una detonazione infantile e irresistibile.


Un talento impossibile da contenere

Lo stesso meccanismo compariva nei suoi numeri più fisici. Poteva entrare saltellando, con gli occhi spalancati e il corpo contratto, avviare una frase apparentemente insensata come “Perché non sei venuto? Tin” e poi deformarla con vocali sempre più lunghe, smorfie, movimenti convulsi e gesti rivolti agli spettatori.

Il culmine arrivava quando si portava le mani intorno alla bocca e lanciava il suo grido: “Patroclooooooo”. Lo ripeteva più volte, aumentando la potenza dell’urlo fino a rendere impossibile fermarlo. In un’altra apparizione consegnava ad Arbore una miniatura del Muro del Pianto, dopo aver fatto cadere la neve finta da una sfera trasparente e aver risposto alla domanda sull’età con un secco: “51!”.

Bracardi apparteneva a una stagione in cui la comicità poteva nascere da un verso, da un oggetto o da un’interruzione senza senso. Il suo stile, tra radio, cabaret, pianoforte e televisione, ha reso il non senso una dichiarazione artistica. Dopo di lui, la risata italiana non è più stata esattamente la stessa.

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