Lukoil sul tavolo, Zelensky alza il tiro: nel mirino le raffinerie russe
La possibile cessione degli interessi esteri del colosso petrolifero russo si intreccia con la minaccia ucraina di colpire le infrastrutture energetiche di Mosca
Volodymyr Zelensky mette le raffinerie russe in cima alla lista delle possibili ritorsioni dopo i raid di Mosca contro l’energia ucraina. La minaccia rischia di pesare anche sui delicati contatti tra Stati Uniti e Russia, dove sarebbe emersa una proposta da circa 20 miliardi di dollari legata agli interessi internazionali di Lukoil.
Zelensky indica il bersaglio della risposta
Il presidente ucraino ha spiegato che Kiev intende reagire agli attacchi contro le proprie infrastrutture energetiche colpendo ciò che finanzia lo sforzo bellico russo. «Prima di tutto, le raffinerie di petrolio», ha detto, indicando il settore energetico di Mosca come uno degli obiettivi possibili.
Zelensky ha escluso, invece, azioni contro la popolazione e strutture civili. A suo giudizio, l’Ucraina non può replicare le modalità utilizzate dalla Russia e deve mantenere una condotta diversa anche nella risposta militare.
La trattativa petrolifera resta appesa
Nel frattempo, nei colloqui tra Washington e Mosca sarebbe stata avanzata l’ipotesi di vendere le attività estere di Lukoil. Il patrimonio comprenderebbe giacimenti, impianti di raffinazione e distributori presenti in più Paesi, per un valore stimato intorno ai 20 miliardi di dollari.
La proposta sarebbe stata presentata da Vladimir Putin durante l’incontro del 5 settembre al Cremlino con Steve Witkoff e Jared Kushner, incaricati dalla Casa Bianca di seguire i contatti con la Russia. Per Mosca, l’operazione rappresenterebbe un segnale concreto di possibile riapertura dei rapporti economici con gli Stati Uniti.
Gli investitori e i dubbi sui legami
A guidare il gruppo interessato all’acquisto potrebbe essere Todd Boehly, finanziatore vicino a Donald Trump, che avrebbe destinato 2 milioni di dollari ad attività politiche collegate al presidente statunitense. Nel progetto sarebbero coinvolti anche capitali mediorientali con rapporti d’affari con Kushner e Witkoff.
Tra i nomi citati figurano Moutaz e Ramez Al-Khayyat, impegnati insieme a Kushner e Ivanka Trump in un progetto immobiliare di lusso in Albania. Del possibile consorzio farebbe parte anche un fondo di Abu Dhabi controllato dallo sceicco Tahnoon bin Zayed Al Nahyan, collegato a World Liberty Financial, la società di criptovalute della famiglia Trump associata anche a Witkoff.
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Non risultano partecipazioni economiche dirette di Kushner o Witkoff nell’operazione. La coincidenza tra i loro ruoli nei negoziati, i rapporti personali e gli interessi dei potenziali compratori alimenta però interrogativi su eventuali conflitti di interesse.
Sanzioni, autorizzazioni e pressioni
La vendita del portafoglio internazionale di Lukoil sarebbe diventata possibile dopo le sanzioni statunitensi contro la compagnia, che hanno imposto la cessione delle attività fuori dalla Russia. Il valore definitivo non è stato stabilito e l’accordo non sarebbe ancora concluso.
Per procedere servirebbe l’autorizzazione del Tesoro americano, chiamato a valutare l’operazione nel quadro delle sanzioni. In Russia, invece, l’ultima parola spetterebbe di fatto a Putin.
Donald Trump ha più volte chiesto di non colpire i siti petroliferi russi, avvertendo del rischio di una carenza mondiale di diesel. Zelensky, tuttavia, sostiene che Mosca utilizzi ogni apertura diplomatica per avanzare nuove richieste e che prolungare la ricerca di compromessi possa favorire il Cremlino.
Il presidente ucraino ha ribadito di avere fiducia nella volontà americana di fermare la guerra, ma ha anche avvertito che «stiamo perdendo tempo se vogliamo giocare con i compromessi russi». A suo giudizio, Putin tende a sfruttare ogni cambiamento politico — dai nuovi governi europei alle diverse linee di Washington — per imporre condizioni aggiuntive e arrivare a decidere lui stesso i termini della pace.
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