Luca Ricci torna in libreria con trentatré racconti d’autunno
In una storia tra paura e compassione, una panchina diventa il luogo dell’incontro tra due fragilità
Luca Ricci è tornato in libreria con *Foglie d’acero*, raccolta pubblicata da Racconti edizioni e composta da trentatré storie legate all’autunno. Tra queste c’è il racconto di un uomo che si considera un mostro e trova, su una panchina, un inatteso motivo per piangere.
GioiaPura
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Un incontro nel parco vuoto
La vicenda si apre in un parco quasi deserto, svuotato dal freddo e dalla luce incerta della stagione. Il protagonista continua a tornarci perché lì, in un passato ormai lontano, aveva conosciuto la speranza e la capacità di piangere; ora, invece, gli restano soltanto il respiro affannoso e la saliva.
Su una panchina nota una donna sola, avvolta in un soprabito di velluto troppo leggero e con ai piedi un paio di ballerine. Le si avvicina senza fare rumore, aiutato dalla struttura metallica della seduta, e si siede a pochi centimetri da lei. La osserva come una possibile vittima, ma avverte anche una forma di pietà: pensa che potrebbe ancora accorgersi del pericolo, urlare e fuggire.
Il parco pieno di presenze
A interrompere la tensione intervengono figure marginali e distratte. Una bambina si infila le dita nel naso mentre la madre guarda il telefonino, in attesa di un messaggio galante. Quando la piccola sporca lo schermo con una caccola, la donna reagisce furiosamente; poi, per un breve momento, abbraccia la figlia, prima di accorgersi che anche la sua acconciatura è stata coinvolta nell’incidente.
La scena si chiude con la madre che trascina via la bambina. Poco dopo, un labrador color champagne sfugge alla padrona e si lancia verso le papere del laghetto. La donna cerca di richiamarlo, passando dagli ordini alle suppliche, mentre il cane continua a oscillare tra l’inseguimento degli animali e il richiamo della proprietaria.
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La paura cambia direzione
Quando l’uomo afferra la caviglia della donna, lei nota di non essere davvero sola nel parco. Ricorda un culturista nei pressi di un gazebo, un uomo con un libro vicino alla fontana, alcuni motociclisti e due corridori che si erano baciati prima di partire. Il protagonista replica che quelle presenze sono troppo lontane per poterla aiutare e si prepara ad agire.
A quel punto, però, la donna smette di irrigidirsi. L’uomo percepisce nella sua calma qualcosa che non aveva mai incontrato durante un attacco e, guardandola davvero per la prima volta, la vede bellissima. Crolla ai suoi piedi, piange e le chiede di denunciarlo. Lei gli risponde: «All’inizio mi hai fatto paura ma poi ho riflettuto. Anche io sono sbagliata come te, anch’io sono mostruosa».
Una fragilità condivisa
Per spiegare quelle parole, la donna libera la caviglia e si toglie la ballerina sinistra. La calza è bucata sul tallone e il tessuto, consumato dallo sfregamento, ha annerito la pelle. Quel particolare interrompe l’immagine ordinata che l’uomo si era costruito di lei.
La donna ride della propria imperfezione e, davanti a quel difetto minimo ma evidente, il protagonista riconosce una somiglianza. La sua agitazione si trasforma così in tenerezza, per la prima volta rivolta anche verso se stesso. La panchina, luogo dal quale era partito il desiderio di aggredire, diventa il punto in cui un uomo incapace di piangere ritrova le lacrime.
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