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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Londra 2011, il conto è ancora aperto: perché l’Europa trema

Dalle periferie britanniche alle città continentali, precarietà, disuguaglianze e futuro bloccato alimentano un malessere che la politica non ha risolto.

Quindici anni dopo le rivolte britanniche, la questione più inquietante non è che quelle tensioni fossero state previste. È che le condizioni sociali che le avevano rese possibili non sono state davvero rimosse. Oggi segnali simili riemergono in diverse città europee, dentro periferie dove esclusione, precarietà e mancanza di prospettive continuano ad accumularsi.

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Il disagio non è rimasto a Londra

Nell’agosto del 2011 vivevo tra Stratford e West Ham e raccontavo una capitale lontana dall’immagine elegante e rassicurante con cui veniva spesso presentata. In quei quartieri pesavano disoccupazione, povertà e abbandono istituzionale, mentre i tagli alla protezione sociale riducevano ulteriormente le opportunità disponibili.

L’uccisione di Mark Duggan fu la scintilla, non l’origine della protesta. Prima di quei giorni si erano già sommati la contrazione dei servizi pubblici, l’aumento delle tasse universitarie e il blocco della mobilità sociale. Gli abitanti delle periferie erano, come li definivo allora, “gli invisibili metropolitani britannici, socialmente esclusi, volontariamente dimenticati e lasciati a se stessi”.


Le immagini cambiano, le cause restano

Negli ultimi mesi Milano è tornata a confrontarsi con il disagio delle periferie e con l’esclusione di una parte dei giovani. Da Parigi sono rimbalzati sui social filmati di ragazzi incappucciati impegnati a saccheggiare negozi di grandi marchi, prendendo scarpe, abiti e altri prodotti costosi. Anche Bruxelles, dove vivo oggi, mostra fratture che ricordano quelle osservate a Londra.

Il contrasto può sembrare evidente: come si può contestare un sistema e, nello stesso tempo, desiderare gli oggetti che lo rappresentano? La contraddizione, però, è solo apparente. Quei beni non indicano necessariamente un rifiuto della società dei consumi; possono esprimere il tentativo di entrarvi, di ottenere riconoscimento e di colmare, almeno simbolicamente, l’esclusione da altri ambiti della vita sociale.

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Un futuro che sembra già deciso

Nel frattempo il costo della vita aumenta più rapidamente degli stipendi, trovare una casa diventa sempre più difficile e il lavoro offre spesso stabilità limitata. A tutto questo si aggiunge la convinzione che l’ascensore sociale si sia fermato: chi parte da una posizione privilegiata conserva vantaggi e occasioni, mentre chi nasce ai margini vede restringersi le possibilità di cambiare condizione.

È soprattutto questa idea di un futuro precluso a rendere il risentimento così persistente. Per anni il neoliberismo ha promesso crescita e benessere condivisi; una quota crescente della popolazione europea sperimenta invece stagnazione, insicurezza e assenza di orizzonti.


La politica non ha ancora risposto

Di fronte a questo malessere, il dibattito pubblico sembra oscillare tra la prosecuzione delle politiche già adottate e un populismo nazionalista capace di raccogliere la rabbia senza intervenire sui meccanismi economici che la alimentano. In questa seconda prospettiva, la responsabilità viene spesso spostata su nemici esterni o su nuovi capri espiatori.

Così il risentimento continua a crescere. Nel 2011 Londra avrebbe potuto essere letta come un avvertimento; oggi le stesse fragilità attraversano molte aree urbane del continente. Il punto non è soltanto capire perché certe scene tornino a ripetersi, ma chiedersi perché, dopo quindici anni, siano ancora presenti le condizioni che le rendono possibili.

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