Libia, il piano Usa può consegnare il Mediterraneo a Mosca
Washington punta a un’intesa tra Tripoli e Bengasi per rilanciare il petrolio e fermare le partenze, ma il progetto rischia di rafforzare milizie, oligarchie e influenza russa.
La nuova iniziativa americana sulla Libia nasce con l’obiettivo dichiarato di sbloccare una crisi ormai decennale, ma rischia di trasformarsi in un accordo tra poteri armati e dinastie economiche. Al centro del progetto ci sarebbe una trattativa riservata tra i due principali centri di potere del Paese: Abdul Hamid Dbeibah a Tripoli e Khalifa Haftar, affiancato dal figlio Saddam, nella Cirenaica. L’impostazione è stata elaborata da Massad Boulos, incaricato della Casa Bianca per i dossier arabi e africani, mentre il ruolo delle Nazioni Unite appare sempre più marginale.
Un’intesa costruita sul petrolio
La proposta americana punta a riunire attorno a un compromesso i gruppi che controllano armi, finanze e territori. Tra gli obiettivi figurano l’aumento della produzione petrolifera libica fino a tre milioni di barili al giorno, il contenimento delle rotte migratorie dirette verso il Mediterraneo e una tregua tra le élite di Tripoli e Bengasi.
Secondo questa impostazione, la stabilizzazione passerebbe dalla distribuzione di incarichi e risorse tra i protagonisti dei due schieramenti. Il rischio, però, è che la mediazione si limiti a certificare la divisione del potere senza ricostruire istituzioni funzionanti, né offrire alla popolazione un percorso credibile verso nuove elezioni.
L’idea ricorda i precedenti tentativi internazionali falliti, nei quali la soluzione libica veniva affidata alla capacità dei capi delle fazioni di spartirsi ministeri, fondi e influenza. Una simile formula, invece di risolvere la crisi, potrebbe rendere permanente la cattura dello Stato da parte di gruppi clientelari e reti criminali.
Bengasi resta legata a Mosca
La principale incognita riguarda la dimensione strategica dell’accordo. Mentre si discute della possibile redistribuzione delle cariche, nei porti della Cirenaica, compreso Tobruk, continuerebbero ad arrivare mezzi militari, armi e materiali russi. L’area controllata da Haftar rappresenta inoltre una base essenziale per la presenza di Mosca in Africa attraverso l’Africa Corps, erede della struttura Wagner.
Da quel quadrante la Russia può sostenere la propria proiezione verso il Sahel e consolidare una posizione decisiva nel Mediterraneo centrale. L’ipotesi di allontanare Bengasi dal Cremlino attraverso concessioni politiche e collaborazione militare appare quindi fragile, perché non tiene conto dei legami già costruiti sul terreno.
Il coinvolgimento del sistema Haftar è contestato anche per il sostegno fornito alle Forze di supporto rapido guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo in Sudan. Carburante, munizioni e combattenti sarebbero transitati lungo percorsi controllati dal suo apparato, mentre nel Paese africano si moltiplicano massacri, espulsioni forzate e distruzioni di interi centri abitati.
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Il conto ricade sull’Europa
L’eventuale ingresso degli uomini di Bengasi nelle strutture centrali libiche non cancellerebbe le violenze già denunciate. Nella parte occidentale del Paese continuano a essere segnalati attacchi contro gruppi rivali a Zawiya e nella capitale, con il ricorso a operatori militari stranieri e droni. Dare una veste istituzionale a queste forze potrebbe quindi tradursi, secondo questa lettura, in una forma di legittimazione e impunità.
A subire le conseguenze della scelta sarebbero soprattutto l’Italia e l’Unione europea. Roma e Bruxelles, concentrate sul blocco delle partenze e sulla continuità delle forniture energetiche, sembrano prive di una strategia politica capace di incidere sugli equilibri del Mediterraneo. La gestione dell’emergenza ha finito per sostituire una visione regionale più ampia.
Il mare viene così trattato soltanto come una linea di contenimento: luogo di sbarchi, conflitti, traffici e crisi umanitarie. Un’alternativa richiederebbe di legare sicurezza, sviluppo e cooperazione al rispetto delle libertà fondamentali, evitando che la stabilità diventi una giustificazione per sostenere governi repressivi o gruppi armati.
Una tregua senza futuro
Il progetto americano potrebbe produrre una convivenza temporanea tra le élite, ma non una vera pacificazione della Libia. Resterebbero esclusi il Fezzan, parte delle tribù e numerosi attori locali, mentre anche all’interno dei due schieramenti sono già emerse rivalità tra famiglie e fazioni per il controllo delle ricchezze.
Un accordo fondato sulla spartizione della rendita petrolifera e sulla conservazione delle posizioni acquisite sarebbe dunque esposto a nuove ribellioni e scontri. Se l’intesa dovesse fallire, l’Europa rischierebbe di ritrovarsi ancora più dipendente da potenze esterne, gruppi mercenari e signori della guerra per la propria sicurezza energetica e marittima.
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