La verità su “Digger”: il disastro che ci riguarda più del previsto
Alejandro González Iñárritu mette in scena un mondo incapace di fermare la crisi climatica e ossessionato dal controllo del racconto, lasciando allo spettatore una domanda scomoda.
La domanda più inquietante lasciata da “Digger” non riguarda soltanto la catastrofe climatica, ma il modo in cui scegliamo di guardarla. Quando trasformiamo i responsabili in caricature perfette e ci concediamo una risata alle loro spalle, stiamo davvero esercitando una critica politica o ci stiamo offrendo una comoda assoluzione?
Il film di Alejandro González Iñárritu non corrisponde all’immagine di commedia grottesca costruita dalla campagna promozionale, né tantomeno a quella di un musical. Le occasioni per ridere sono rare perché il bersaglio reale siamo anche noi: spettatori consapevoli del collasso, capaci di descriverlo con precisione ma assai meno pronti a modificare il nostro modo di vivere.
Il bersaglio non è soltanto Digger
Tom Cruise interpreta Digger Rockwell, un magnate texano del petrolio, ricchissimo e completamente votato al lavoro. Il personaggio è coinvolto in un evento ambientale dalle conseguenze potenzialmente devastanti, ma raccontare troppo significherebbe togliere spazio al dispositivo narrativo ideato dal film. In ogni caso, la questione centrale emerge presto: il potere non tenta più necessariamente di scongiurare il disastro, bensì di governarne la versione pubblica.
Digger diventa così il cattivo ideale. È facile indirizzare contro di lui la rabbia per una società fondata sui combustibili fossili, mentre resta più difficile ammettere quanto dipendiamo da quel sistema. Vogliamo rinunciare alla sua logica, ma continuiamo a pretendere viaggi aerei, case riscaldate in inverno e ambienti freschi durante estati sempre più torride. Il film ci costringe a osservare questa contraddizione senza offrirci un colpevole abbastanza grande da contenere tutta la nostra responsabilità.
La catastrofe passa dal racconto
Alcuni commentatori statunitensi hanno accostato “Digger” a “Il dottor Stranamore”. Il paragone funziona soprattutto nelle riunioni dominate da uomini potenti, dove la fine del mondo viene discussa con l’entusiasmo infantile riservato a un gioco. La distanza da Stanley Kubrick, però, è decisiva: là il sistema appariva delirante proprio perché procedeva con efficienza razionale; qui uomini impreparati hanno attivato un meccanismo che non riescono più a governare e provano almeno a dirigere la narrazione.
La retorica è uno degli strumenti con cui il film descrive questo tentativo. Digger proclama: «Quando tutto il resto fallisce, li colpisci con la verità. Con la dura verità. Bang, bang, bang». La frase trasforma il dato reale in un’arma spettacolare, buona soltanto se riesce a catturare l’attenzione. Poco dopo, il petroliere sintetizza la sua filosofia con un’altra formula: «Le parole sono percezione. E la percezione è realtà».
Il disastro, naturalmente, non dipende dal modo in cui viene nominato. A cambiare è la possibilità di imporre una lettura, di sostituire una definizione a un’altra e di arrivare per primi davanti al pubblico. In questo passaggio la verità può persino diventare propaganda, soprattutto quando viene semplificata fino a trasformarsi in una scena da ricordare.
Un presente già fuori controllo
Iñárritu porta nel film le ossessioni che attraversano il suo cinema e ricompone riferimenti molto diversi. Il miliardario isolato nella sua abitazione gigantesca richiama “Quarto potere”; la rivelazione pronunciata con fervore davanti a chi dovrebbe sentirsi accusato evoca “Quinto potere”; il confine instabile tra rappresentazione e vita ricorda “Birdman”. Un passaggio più vicino ad “Armageddon”, invece, appare tra gli elementi meno convincenti dell’insieme.
La lettura politica può spingersi fino a Gramsci: il vecchio assetto si sgretola, ma il nuovo non riesce a prendere forma. Al comando restano figure legate alla mentalità del Novecento, incapaci di immaginare la conclusione della propria epoca senza identificarla con la fine del pianeta. La crescita deve continuare, l’estrazione non può rallentare, la produzione deve aumentare ancora: la sopravvivenza collettiva finisce per coincidere con quella dei governanti.
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Iñárritu dissemina questo immobilismo di immagini insistenti: una gatta morente, una perdita dal soffitto, un petalo che si stacca. Sono segnali di un limbo ormai corrotto, nel quale nessuno riesce a intervenire davvero. Persino un dispositivo simile a un telefono con le funzioni di un animale virtuale, pensato come tecnologia del futuro prossimo, appare sorprendentemente vicino al Muse Charm di Meta, presentato il 23 settembre da Mark Zuckerberg, benché il regista abbia iniziato a lavorare al progetto con Sabina Berman nel 2017.
Tra Stati Uniti ed Europa
Una delle sequenze più riuscite è costruita attraverso un lungo piano-sequenza e, quasi senza dichiararlo, condensa anche il rapporto tra Stati Uniti ed Europa. Da una parte c’è chi difende i propri interessi producendo danni enormi; dall’altra un alleato che protesta, mostra indignazione e alla fine si arrende quando gli vengono ricordati i rapporti di forza.
La scena evita spiegazioni didascaliche e affida il significato ai gesti, alle reazioni e all’equilibrio tra i personaggi. Che sia un regista messicano a restituire questa relazione con tale durezza aggiunge un ulteriore livello alla rappresentazione.
Ridere diventa quasi impossibile
Le poche risate arrivano da incidenti minimi e fuori tempo: una porta spalancata nel momento opportuno, un rutto, una premura coniugale diventata improvvisamente inopportuna. Il film rinuncia invece al repertorio più facile della comicità fisica. L’unica esplosione collettiva davvero liberatoria, almeno nella sala descritta, nasce quando il presidente interpretato da John Goodman spinge la retorica contemporanea oltre ogni limite e annuncia qualcosa di tanto enorme da sembrare più improbabile della realtà.
In quel momento la satira recupera la propria funzione: allargare il perimetro di ciò che può essere pronunciato. Ma il perimetro stesso si è ormai dilatato fino a diventare quasi uno schermo gigantesco, dove trovano posto anche idee che un tempo sarebbero sembrate irricevibili.
Il confronto con “Don’t Look Up” è inevitabile, ma il film con Leonardo DiCaprio offriva una forma di consolazione apocalittica: l’asteroide arrivava e cancellava tutti allo stesso modo. “Digger” è più angosciante perché lascia aperta la domanda sul dopo. Quando il punto di non ritorno sarà stato superato, quale mondo resterà? Forse soltanto il piacere di vedere il mostro punito sul palcoscenico, ancora e ancora, mentre ci convinciamo di non avere avuto alcun ruolo nella sua nascita.
È questa la trappola più raffinata del film. Se davanti a Digger avete pensato a Donald Trump, la reazione è comprensibile. Se, dopo averlo condannato, avete riconosciuto qualcosa di voi stessi, allora Alejandro González Iñárritu ha centrato il bersaglio.
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