La regina nella casa delle bambole: il gioco fotografico di Sonia Romani
Una maschera di Elisabetta II diventa il tramite di un dialogo tra nonna e nipote, tra rituali domestici, identità e libertà di reinventarsi.
La casa delle bambole ricevuta da Elisabetta II per il suo sesto compleanno diventa la chiave per leggere il progetto di Sonia Romani. Donata dagli abitanti del Galles, quella miniatura riproduceva un cottage pensato per una bambina e racchiudeva un’idea precisa di classe sociale, genere e futuro: per le bambine borghesi rifletteva l’ambiente cui erano destinate, mentre per quelle operaie rappresentava il sogno di un possibile riscatto.
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Una miniatura che contiene un destino
Nella mostra, la casa in scala non è soltanto un elemento scenografico. È un luogo ambiguo, capace di evocare tanto la costrizione quanto la fuga: da una parte prepara i reali al ruolo stabilito per loro, dall’altra offre alla protagonista delle fotografie l’occasione di sottrarsi, per il tempo di uno scatto, alla vita segnata dai sacrifici.
La maschera della sovrana britannica, nata come semplice ricordo di viaggio, assume così un valore diverso. Indossarla non significa cancellare la propria identità, ma aprire una parentesi in cui il contesto abituale può essere abitato in modo inatteso. Il travestimento diventa una frattura da cui emergono possibilità nuove, senza eliminare la realtà di partenza.
Il regno quotidiano della nonna
Romani ha iniziato il progetto quasi per caso, dopo aver ricevuto da un amico una maschera di Elisabetta II arrivata da Londra. La nonna, che non era particolarmente appassionata della regina, aveva 80 anni quando è cominciato il gioco fotografico; il lavoro è proseguito per 5 anni, anche durante uscite in luoghi esterni, dove le sue interpretazioni attiravano inevitabilmente l’attenzione dei presenti.
«Mia nonna non era una vera e propria fan della Regina Elisabetta», ha raccontato l’artista. Le immagini la mostrano in ambienti rurali e domestici, lontani dalle rappresentazioni ufficiali della monarchia: accanto all’icona regale compare il focolare, con i suoi gesti ripetuti, i ritmi familiari e l’alternarsi delle stagioni.
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Un capovolgimento tra due mondi
Lo sguardo della “nonna-regina” sembra cercare quello di chi osserva, come se arrivasse da una scena intravista attraverso una serratura. La sua regalità non appartiene a un palazzo, ma a una quotidianità concreta, fatta di lavoro e consuetudini. Proprio il contrasto tra la maschera e l’ambiente produce un effetto di straniamento e invita a entrare nel gioco.
Artierranti interpreta questa trasformazione come un incontro tra due ritualità del dovere. La sovrana e la nonna appartengono a mondi distanti, ma entrambe sono legate a ruoli e aspettative ricevuti senza poterli scegliere pienamente. Per l’associazione, indossare i panni dell’altra consente di allontanarsi per un momento da quella gabbia identitaria e di dare voce a una storia altrimenti silenziosa.
Bologna, ultimi giorni per vederla
Il progetto è curato da Artierranti per Archivio Aperto e rientra nell’edizione dedicata al tema “Sottosopra”. Le fotografie sono allestite all’interno di Mezzaria Community Hub, a Bologna, dove la casa delle bambole ricostruita dalle curatrici accompagna il percorso e mette in relazione gli scatti privati e quelli realizzati in campagna.
La mostra “A queen in the mirror” resterà visitabile fino a lunedì prossimo. Al centro dell’esposizione c’è un rapporto familiare trasformato in rappresentazione: una nonna veste i panni della regina, mentre la maschera permette a entrambe, artista e modella, di incontrarsi in uno spazio nuovo.
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